Gli Italiani sononereorocco un popolo di Santi, eroi, pittori e navigatori. E magari su questa definizione si potrebbe discutere, casomai per comprendere se e dove queste figure retoriche si uniscono o si confondono o se non sia soltanto un luogo comune. Quando poi l’attualità ci pone davanti ad argomenti di alto livello che riguardano la nostra quotidianità, di volta in volta diventiamo Costituzionalisti, sociologi, psicologi, politologi, Presidenti del Consiglio, Ministri di qualche cosa, magistrati. Polemizziamo e talvolta ci dividiamo, anche violentemente, su ogni argomento a seconda del nostro carattere, dell’educazione ricevuta, delle nostre convinzioni che difendiamo strenuamente a prescindere. E siamo anche, molto spesso, Vigili Urbani : sappiamo sempre cosa devono (o dovrebbero) fare gli altri ma non vogliamo mai sentirci dire cosa dobbiamo (o dovremmo) fare noi. Diciamocela tutta, siamo degli inguaribili tuttologi. Ci piace parlare, metterci in evidenza, apparire,emergere. Provate a verificare nella vostra cerchia di amici, parenti, conoscenti : avete mai sentito qualcuno dire “su quest’argomento non sono in grado di esprimere un’ opinione, non ne so abbastanza”?. Andate e poi ditemi. Su un punto, però, siamo tutti d’accordo: siamo tutti Commissari Tecnici, 60 milioni e più di Commissari Tecnici. Nessuno ci batte in tal senso. La rilevanza del fenomeno calcio è nota e questo accade non solo quando gioca la Nazionale. Ogni Ufficio, fabbrica, negozio, scuola, bar, circolo, è luogo di interminabili ed accese discussioni sull’argomento calcio (giocato e non, a dire il vero). Una volta ciò accadeva di lunedì e soltanto di lunedì. Adesso accade sempre, tutti i giorni, per 54 settimane all’anno, conseguenza dell’aumento esponenziale del numero degli eventi calcistici e della susseguente indefinita (in quanto non se ne intravede il termine di crescita) copertura mediatica che essi ricevono.

Siamo tutti allenatori, tutti Commissari Tecnici, o all’anglosassone, coach. L’allenatore è quello che comanda o meglio dovrebbe comandare (ma è poi sempre così?). L’allenatore è quello che dispone, sceglie, muove, che fa entrare, uscire, che sposta, cambia, riposiziona. L’allenatore è quello che sa di tattica, novello Napoleone Bonaparte o Alessandro Magno, è quello che ribalta le partite con due cambi fatti bene o imbriglia l’avversario dieci volte più forte e lo mette nelle condizioni di non nuocere.

Siamo in grado di discriminare se è meglio il 4-3-3 o il 4-3-1-2. E se, nello stesso schema, è meglio Tizio oppure Caio. Aiutati anche dalla tecnologia (PES, FIFA), abbiamo mandato in soffitta l’album delle figurine Panini.

Ma come è cambiata la figura dell’allenatore nel corso degli ultimi 40 anni?

Vediamo, e qui vi accorgerete che noi Milanisti abbiamo avuto un ruolo non da poco nell’influenzare e governare il cambiamento.

Se vado indietro con la memoria, negli anni ’60, gli stereotipi dell’allenatore allora in voga erano due : Nereo Rocco e Helenio Herrera. Il Paron e il Mago. Protagonisti di accesi duelli nei derby meneghini, erano due uomini semplici. L’uno parlava il dialetto triestino, l’altro una via di mezzo tra lo spagnolo e un italiano storpiato. D’altra parte, non avevano necessità di parlare molto e raramente andavano davanti ad un microfono. All’epoca non c’era la zona delle interviste a fine partita, non c’erano Sky e Mediaset, la D’Amico e la Calcagno, Caressa e Piccinini.

A malapena c’era la RAI, cui si concedeva qualche apparizione alla Domenica Sportiva, a tarda notte, per rispondere in modo banale a domande altrettanto banali. D’altra parte, se consideriamo che i giocatori dell’epoca erano figli della guerra e del dopoguerra e che la 5^ elementare era il titolo scolastico imperante possiamo benissimo comprendere. Il calcio era pane e salame. Giochiamo contro la squadra Alfa? Benissimo, Tizio marcherà Caio, perché Caio è forte (oggi si direbbe che ha qualità….) e pertanto non deve toccare palla, sennò perdiamo. Punto.

La tattica, intesa come complesso delle maniere di agire coordinati, ritenuti più idonei per l’ottenimento di uno specifico fine, si estrinsecava solo nell’esprimere la migliore marcatura possibile sull’avversario di turno, con lo scopo di annullarlo. Vincere la partita vincendo il maggior numero di duelli individuali, palla lunga e pedalare. Si marca, si recupera palla e poi si da a quello bravo, sicuramente qualcosa succede. Vita da mediano. Fulgidi esempi erano i duelli rusticani tra Anguilla Anquilletti e Giggirriva, tra Roberto forbicetta Rosato e il Bonimba nerazzurro, tra Furino e Rivera. Rocco e il Mago hanno fatto la storia di quell’Italia nel pieno del boom economico e in risalita sociale.

Nei decenni successivi figure simili a quelle appena descritte, fatte le dovute proporzioni per il tempo trascorso, le troviamo in Carletto Sor magara Mazzone e attualmente, almeno a mio modo di vedere, nell’ottimo Giampiero Ventura: ambedue avrebbero meritato più di quello che hanno avuto in termini di occasioni avute.

Gli anni ’70 sono quelli di Giovanni Trapattoni già calciatore del Milan (noto per aver annullato sua Maestà Pelè durante un Italia – Brasile a San Siro) e del Trapattonismo. Primo non prenderle, e soprattutto non dire gatto se non l’hai nel sacco. Il Trap, preparato, simpatico e gioviale, avrà successo con la Juventus ed esporterà l’Italianismo in Germania, Portogallo, Austria e anche Irlanda come allenatore della squadra nazionale. Per me, nella sua semplicità è stato il primo prototipo di comunicatore. Andate su You Tube a guardare la sua indimenticabile conferenza stampa in tedesco maccheronico.

Sebbene imperi il Trapattonismo, nella seconda metà degli anni ‘70 inizia a farsi spazio un nuovo concetto di calcio. Tommaso Maestrelli con la sua Lazio dallo spogliatoio esplosivo ma bella, spumeggiante ed efficace sul campo, e Gigi Radice col Toro dello scudetto e dei 50 punti (campionato a 16 squadre e 2 punti a vittoria) dell’anno successivo sono le prime avvisaglie che qualcosa sta cambiando. L’onda lunga dell’Olanda di Johan Crujff l’Olandese Volante, Rep, Neeskens e Jongbloed portiere che valica i sacri confini dell’area di rigore, inizia a farsi sentire anche da noi. Parole come collettivo, gioco di squadra, corsa, diventano familiari e ce ne innamoriamo perdutamente. Alla fine del decennio si affaccia alla ribalta uno dei nostri: Nils Liddas Liedholm, che ci regala gioco, divertimento e la Stella del 10° insieme a incommensurabili perle di saggezza : “ho a disposizione la terza miglior coppia di terzini Italiani : Morini e Boldini”. La palla se ce l’ho io non ce l’hanno gli altri e soprattutto la palla è rotonda, ma se rotola dove dico io è meglio. Chi se lo dimentica?

***

Leggi la seconda parte di questo speciale >>> Allenatori nati – II parte

Ci trovi anche su Facebook e su Twitter

Egidio

Egidio

Sono nato all'epoca delle Olimpiadi di Roma, nella vita non faccio lo scrittore, né il giornalista, ma tutt’altra cosa che adesso non è utile descrivere né spiegare. Mi piace scrivere. Nel corso della mia vita, sin dall’epoca del liceo, credo di aver sviluppato una discreta capacità nel raccontare ed esprimere idee, concetti, ma soprattutto sentimenti e sensazioni. Tuttora, nella vita di tutti i giorni scrivo molto per lavoro. Sono innamorato del Milan dall’età di 8 anni e questo per merito di mio padre buon’anima, ahimè, volato in cielo pochi mesi prima della Stella del 10°. Mi firmerò con lo pseudonimo di Egidio. Come molti altri di voi, ho giocato a pallone (badate bene, “a pallone”, e non “a calcio”) a livello dilettantistico-amatoriale. Giocavo centravanti (adesso sarei “una prima punta”), la maglia rigorosamente era la numero 9 ed Egidio era il soprannome che i miei amici mi affibbiarono all’epoca dei fatti, ma vi assicuro che ho segnato più reti di quante ne abbia sbagliate lo Sciagurato. Ringrazio sin d’ora chi mi leggerà, chi mi apprezzerà, chi no, ma soprattutto chi, con educazione, mi contesterà : il peggior disprezzo è l’indifferenza. Ricordate che il Milan si discute, ma si ama. Ed io lo amo.
Egidio