Negli anni ’60 e ’70 gli “stranieri” nelle squadre Italiane erano l’eccezione. Ora, al contrario, sono la normalità. Vanno e vengono e spesso non incidono.

E’ forse per questo che alcuni hanno lasciato un segno indelebile nella memoria di chi ha vissuto quegli anni. Cudicini; Anquilletti, Schnellinger; Trapattoni, Rosato, Malatrasi; Hamrin, Lodetti, Sormani, Rivera, Prati. Perché così si recitavano le formazioni una volta.

Karl Heinz Schnellinger fu il tedesco di Milano e del Milan. Fu “Carletto” per il Paròn Nereo Rocco, fu invece “Volkswagen” per il pubblico rossonero che lo identificò come una garanzia, uno su cui contare sempre, per la continuità di rendimento e per l’affidabilità. 

Prima dell’avvento di altri suoi connazionali, Karl Heinz, affetto e familiarità incassati senza problemi, rimase l’esempio unico di tedesco di Milano e d’Italia. Tra i suoi meriti, oltre che le stimmate del campione, la sua lunga militanza milanista. Nove anni vissuti serenamente, imparando molto bene la lingua italiana, apprezzando le abitudini (specie quelle alimentari) del luogo.

Arrivò in Italia al Mantova, per poi essere apprezzato e dirottato a Roma alla società giallorossa che rinunciò poi ai suoi servigi per concludere un clamoroso affare. Il Milan, pur di averlo a sostegno di una difesa che aveva bisogno d’essere puntellata, decise di acquistare in blocco Schnellinger, Sormani e Angelillo. Quest’ultimo passò quasi inosservato nella Milano rossonera mentre gli altri contribuirono a fare grande il Milan in Europa e nel mondo.

In possesso di grandi doti atletiche, determinato, forte nei contrasti, metteva la sua forza fisica al servizio della classe. Non fu mai considerato un “cattivo” tant’è che venne espulso appena due volte. “Una meritata, l’altra no”, soleva dire. In 222 partite con il Milan, Schnellinger non ha realizzato neanche un gol. Ma Karl-Heinz non doveva segnare, doveva evitare i gol degli attaccanti avversari.

Quando perse la forza e la corsa per fare il terzino, si accentrò per fare il libero. Solo ad un tedesco così il Milan poteva affidarsi per difendere la sua porta.

In Nazionale Tedesca (quella che era una volta la Germania Ovest) ha giocato per 47 volte, siglando un unico gol nella famosa semifinale mondiale con l’Italia ai primi mondiali messicani.

Ma quella notte (in Italia), quando mancavano pochi secondi alla fine dei tempi regolamentari e noi si era in vantaggio 1 a 0, Carletto decise di interrompere quella tradizione. Saltammo tutti sulla sedia, e noi milanisti rimanemmo increduli. Ma il tedesco di ferro stava solo compiendo il suo dovere: giocare bene e far vincere la sua nazionale. E, tornato in Italia, ha continuato a svolgere, bene, il suo compito come se nulla fosse successo.

Anzi, a chi gli chiedeva notizie su quella partita, sulle emozioni che aveva provato, rispondeva : “Stavo solo facendo il mio mestiere”. Quella famosa spaccata gli valse, per sempre, l’etichetta di nobile e fiero guerriero, fedele alla bandiera nazionale di Germania come a quella del Milan.

Attualmente Schnellinger vive ancora in Italia, a Milano, ed è un uomo d’affari.

A lui va il nostro ringraziamento. Se non avesse segnato quel gol, quella semifinale sarebbe passata alla storia solo come l’ennesima dimostrazione del solito “catenaccio” all’Italiana. Niente gloria, niente gol di Riva, niente finta di Rivera. Niente.

Grazie, “Volkswagen” e tanti auguri, oggi è il tuo compleanno.

Egidio

Egidio

Sono nato all'epoca delle Olimpiadi di Roma, nella vita non faccio lo scrittore, né il giornalista, ma tutt’altra cosa che adesso non è utile descrivere né spiegare. Mi piace scrivere. Nel corso della mia vita, sin dall’epoca del liceo, credo di aver sviluppato una discreta capacità nel raccontare ed esprimere idee, concetti, ma soprattutto sentimenti e sensazioni. Tuttora, nella vita di tutti i giorni scrivo molto per lavoro. Sono innamorato del Milan dall’età di 8 anni e questo per merito di mio padre buon’anima, ahimè, volato in cielo pochi mesi prima della Stella del 10°. Mi firmerò con lo pseudonimo di Egidio. Come molti altri di voi, ho giocato a pallone (badate bene, “a pallone”, e non “a calcio”) a livello dilettantistico-amatoriale. Giocavo centravanti (adesso sarei “una prima punta”), la maglia rigorosamente era la numero 9 ed Egidio era il soprannome che i miei amici mi affibbiarono all’epoca dei fatti, ma vi assicuro che ho segnato più reti di quante ne abbia sbagliate lo Sciagurato. Ringrazio sin d’ora chi mi leggerà, chi mi apprezzerà, chi no, ma soprattutto chi, con educazione, mi contesterà : il peggior disprezzo è l’indifferenza. Ricordate che il Milan si discute, ma si ama. Ed io lo amo.
Egidio