Apriamo il compasso sul Milan e giriamo indietro di qualche mese, in senso antiorario. Riviviamo velocemente l’autunno rossonero, ovvero la stagione delle disillusioni, dei risultati così negativi da mettere in ridicolo tutte le grandi promesse/speranze estive.

Dopo aver perso con Lazio, Sampdoria, Roma e Inter, i tifosi giungono al limite della sopportazione. Abbandonati dai vertici societari, danno sfogo a tutta la loro rabbia cominciando a buttare pietre su Montella. Del resto con qualcuno bisogna pur prendersela e il sorrisetto alla Di Maio di Vincenzino è un affronto troppo grande per una tifoseria già presa in giro dai miseri risultati del campo di gioco. I bookmakers candidano l’Aeroplanino all’esonero, ma lui continua a sorridere. Non per molto ancora.

Intanto, a metà del mese dei morti, avanzava l’Apocalisse.. e, non a caso, Milano era il suo centro: a San Siro l’Italia pareggiava con la Svezia e fra le lacrime di Buffon e di un popolo intero, usciva dal Mondiale (o meglio, non riusciva nemmeno ad entrarci). Una catastrofe nucleare. In uno scenario da Walking Dead, per dare un futuro ad un paese distrutto dalla mancata partecipazione al campionato del mondo, tutti cominciano a gettare fango su Ventura, su Tavecchio e ad invocare il nuovo (che è meglio del vecchio). Ma il nuovo chi? Tommasi? Pluto? Paperoga? Troppo presto per prendere decisioni così importanti. Meglio ripensarci a mente fredda. Per la nazionale il discorso si poteva rimandare di qualche mese. Per il Milan no. Ci voleva l’arrivo di un nuovo Messia. Qualcuno con esperienza e carisma, in grado di cambiare davvero le cose. Ma chi? Qualche idea? Nessuna. Comunque, tanto per cominciare si potevano invocare i fantasmi dell’opera (Maldini, Ancelotti e Kakà). Quando la realtà è amara, è bello rifugiarsi nel sogno. Peccato che i sogni fossero tutti occupati o tentennanti oppure al momento non disponibili.

Ma non si poteva andare avanti in quel modo. Un cambiamento, diamine, era necessario. Un cambio di rotta bisognava farlo. E il Milan lo fece, cacciando Montella e rispolverando l’ennesimo ex glorioso giocatore: Gennarino Gattuso. Per alcuni l’ennesima mossa scellerata, per altri una scelta furba, una sorta di delitto perfetto: mai la tifoseria si sarebbe potuta mettere contro uno dei suoi maggiori idoli. Nelle favole. Nella realtà, invece, l’entusiasmo nei confronti di Gattuso è durato solo pochi giorni. Dopo le prime due partite – estremamente negative – molti hanno cominciato a darlo già per spacciato. “Allenatore imbarazzante.. Senza offesa, la panchina non è cosa per Rino..” e altri simpatici commenti di questo tenore con diffuse ironie sulle sue esperienze con Palermo, Sion, Ofi Creta e Pisa. ”Ridi ridi che la mamma ha fatto i gnocchi” – pensava Rino, senza rispondere.

Nel frattempo, il presidente Yonghong Li aveva pensato a tutto prima di scomparire sottoterra: sapendo di non poterlo fare dopo, con due mesi di anticipo pagava Andre’ Silva (lasciando a bocca aperta quelli del Porto), per poi scendere in tutta fretta le scalette del bunker super segreto, inaccessibile ai suoi molteplici creditori. Chiuso laggiù, solo e ormai agli sgoccioli della sua disperazione, l’ex ricco cittadino di Hong Kong cos’altro poteva fare se non guardare tutte le partite del Milan in tv? Fra una partita e l’altra si è scervellato su come poter sperperare gli ultimi spiccioli rimasti. Pensando e ripensando, ecco arrivare l’idea fulminante: dei premi per i giocatori del Milan, in caso di qualificazione alla Champions League.

Fuori dal bunker di Yonghong Li, intanto, piovono bombe, razzi e coltelli. Si scomodano juventini, interisti, Lippi, il New York Times e anche la Gabanelli. E benvengano altri volontari, se a casa hanno studiato. Si può continuare a bombardare laddove si è già bombardato.

Nils

Seguo spesso l'istinto. Ai tempi delle scuole elementari decisi di tifare Milan. Nell'autunno 2013 mi venne l'idea di creare questo sito (online dal primo gennaio 2014). A volte scrivo cose senza senso, perciò non prendetemi troppo sul serio.

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