Avrà di certo nutrito anch’egli l’angoscia e il timore per il suo precario futuro il Nostro come quando, appena diciottenne, Ottaviano Augusto fu raggiunto in Asia Minore dalla notizia della imminente congiura allo zio Cesare.

E certamente fu pervaso dall’idea del fallimento il Nostro come il ventenne Ramses II nella epica battaglia di Quadesh. Per fortuna non ha vissuto le sciagure di Michelangelo, il quale a diciassette anni si ritrovò senza lavoro e dimora dopo la morte improvvisa del Magnifico.

Costoro, poveri fessi, hanno sacrificato la loro giovinezza ad un ideale: deriva dal latino, significa “rendere sacro”. E il tempo ne è sempre riconoscente, perché galantuomo.

Ma il Nostro ha dalla sua Mino da Haarlem, trasfigurazione postmoderma del genio olandese, di quella terra che diede i natali ad Erasmo da Rotterdam. Costui ha per forza di cose letto L’elogio della Follia, poiché ne ha davvero capito il senso.

La Follia si proclama figlia di Plutos, dio della ricchezza, e della Giovinezza, e dice inoltre di essere stata allevata dall’Ignoranza e dall’Ubriachezza. I suoi più fedeli compagni sono la Vanità, l’Adulazione, la Dimenticanza, l’Accidia, ecc.

Il suo pensiero raggiunge vette altissime nelle pagine conclusive. Difatti siete proprio scemi, se credete che dopo essermi abbandonata ad un simile profluvio di chiacchiere, io mi ricordi ancora di ciò che ho detto. Un vecchio proverbio dice: “Odio il convitato che ha buona memoria”. Oggi ce n’è un altro: “Odio l’ascoltatore che ricorda”. Perciò addio! Applaudite, bevete, vivete, famosissimi iniziati alla Follia.

Di Mino e del Nostro aggiungerei. Prosit.

Fabio Fernicola

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