La sera del 13 novembre 2017 si è compiuta la tragedia sportiva della nazionale italiana di calcio: dopo sessanta anni l’Italia non si è qualificata per la fase finale dei mondiali di calcio. L’arbitro non ha fatto tempo a fischiare la fine della partita che già opinione pubblica e addetti ai lavori stavano vomitando analisi, sentenze e soluzioni su social networks, giornali e televisioni.

Nulla di trascendentale in un Paese i cui abitanti, come disse Churchill, vivono le partite di calcio come fossero guerre, se non fosse che nessuno (o forse pochi) è andato oltre alla richiesta delle teste di Ventura e Tavecchio. Non voglio soffermarmi sulle loro indiscutibili colpe già analizzate in tutte le salse, sulle pantomime della Lega e della FIGC, sulle questioni dei diritti televisivi, degli stadi di proprietà e via all’infinito, ma sul nocciolo della questione: i calciatori.

In campo non scendono né politici del calcio né Pay TV. In campo scendono i giocatori. Analizziamo la situazione con qualche esempio.

Uno dei vanti di noi milanisti degli ultimi 20 anni è la finale di Manchester: in campo c’erano Costacurta, Maldini, Nesta, Gattuso, Pirlo, Inzaghi, Buffon, Ferrara, Camoranesi, Tacchinardi, Zambrotta, Del Piero. Dodici italiani (12) su 22 titolari; di questi, otto avrebbero vinto la Coppa del Mondo 3 anni dopo. Oggi, tra i top team italiani, se escludiamo il Milan dell’ultimo anno, i giocatori italiani stanno diventando sempre più rari, segno di un movimento calcistico sempre più povero di talenti.

Ora è giusto fare una precisazione: ci sono generazioni di campioni e altre di giocatori normali. Però, è anche vero che bisogna dare la possibilità ai giovani di diventare campioni, e in Italia non c’è più questa cultura.

Tre sono le principali cause:

  1. I giocatori che escono dalla Primavera non vengono mai lanciati e lasciati crescere. Pensiamo al caso Inter: da anni domina i tornei giovanili ma oltre a Balotelli nessuno di questi talenti ha mai sfondato.

  2. Non esiste una regolamentazione seria sui tesseramenti: qualsiasi giovane delle nostre leghe di calcio di buona prospettiva viene prelevato dalle solite note (Juventus, ndr) e spedito in prestito in squadre di bassa competitività. Perché avere società che controllano centinaia di cartellini tarpando le ali a giocatori di prospettiva?

  3. Le società minori puntano su esotici stranieri e non sui giovani italiani, per la serie “prendiamo a poco e speriamo di guadagnarci qualche milione”. La tanto acclamata Udinese dei Pozzo sono anni che riversa in Serie A giocatori scandalosi quali terzini iracheni e impresentabili sudamericani. Oppure il Palermo che l’anno scorso schierava 11 calciatori stranieri per sprofondare tristemente in serie B. E la lista sarebbe ancora lunga.

Alla luce di tutto ciò, sarebbe veramente ora di smettere di parlarsi addosso ed iniziare a rinnovare il sistema calcio italiano. Regole serie senza inventarsi soluzioni mirabolanti; basta guardare a modelli dimostratisi vincenti: il più lampante è quello tedesco che può permettersi di dominare la Confederations Cup con l’Under 21 ma anche quello spagnolo le cui squadre più forti, Real e Barcellona, hanno in panchina sfilze di canterani.

Iniziamo da queste cose, diamo spazio ai giovani senza acclamarli come divinità una Domenica per poi ammazzarli al primo errore; mettiamo in panchina quarantenni in odore di santità per puntare sul futuro (ogni riferimento ironico a Buffon non è casuale); smettiamola di rincorrere il milione oggi per perderne dieci domani. Poi sì che si potrebbe parlare di diritti tv, di stadi centri commerciali, di tornei riserve e chi più ne ha più ne metta.

Gabri Shaka

Gabriele, 26 anni, milanista da due generazioni. Filosofo e neuroscienziato, amo il Milan dal '97, il primo anno che ho iniziato la raccolta dell'album Panini. I ricordi più belli sono il pallonetto di Inzaghi contro l'Ajax e le lacrime di gioia dopo la vittoria di Manchester. Amante dei numeri 10 ormai scomparsi, pugnalato al cuore quando da Rui Costa e Seedorf si è passati a Honda.

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