Il Belgio vince con il Giappone in virtù della sua maggiore potenza e classe. Più centimetri e chilogrammi ma il Giappone ha sfruttato gli errori dei belgi con grande lucidità, velocità e coraggio. La partita è stata bella, soprattutto per merito dei giapponesi a dimostrazione che nel calcio per giocare bene bisogna essere in due. Peccato per quell’ultimo contropiede preso a 30 secondi dalla fine, dovuto sì ad ingenuità però causata da un’azione di grande valore, perché il Giappone credeva nella vittoria ed era in attacco per segnare. Gli uomini di mister Nishino possono tornare a casa a testa alta, avendo evidenziato i maggiori miglioramenti tra tutte le squadre partecipanti.

Il Belgio ha rischiato grosso, è inutile dirlo. Squadra di grande talento, si è forse troppo specchiata nella sua bellezza, pensando che il quarto di finale contro il Brasile fosse già conquistato. Presunzione? Fiacchezza Sottovalutazione dell’ostacolo? Sta di fatto che gli uomini di mister Martinez stavano andando a sbattere contro la più scottante delle delusioni contro gli orgogliosi giapponesi. Inizialmente confusionario e fiacco, il presuntuoso Belgio si è fatto avviluppare ed accalappiare dalle manovre e dalla corsa dei giapponesi. Subito Kagawa va al tiro, dopo una manciata di secondi, poi Lukaku si fa vedere e valere con il suo fisico, ma il Giappone è di nuovo pericoloso al minuto 10′. Poi però cresce il Belgio, sulla spinta di Lukaku, la corsa di Witsel, la vivacità di Hazard, gli scatti di Mertens. Il Giappone è squadra organizzata, ben preparata atleticamente, votata al palleggio ed alla manovra corale. I giocatori si muovono bene sul terreno di gioco: giocare contro il Giappone è al tempo stesso piacevole ma difficile.

E’ nella ripresa che la partita riserva le maggiori emozioni. Pronti, via e al minuto 3 il Giappone va in rete con Haraguchi che ben lanciato arriva al limite un po’ decentrato e piazza un diagonale velenoso per la attonita la difesa belga. Il Belgio reagisce ma di orgoglio: due minuti dopo, con il palo di Hazard. Sul rovesciamento di fronte, però il Giappone è micidiale: minuto 52, tale Inui, centrocampista del modesto Eibar della Liga spagnola, raddoppia con un tiro imparabile dal limite dell’area. Sui volti dei Belgi compare la disperazione più nera. L’amara realtà è che il Giappone è padrone del campo e il Belgio non sa cosa fare. Martinez si desta dal sonno degli ingiusti e mette mano alla squadra dalla panchina. Fuori Mertens e Carrasco, dentro i centimetri di Fellaini e la corsa di Chadli.

Il Belgio sembra rianimarsi, ma come spesso accade, nel calcio ci vuole anche fortuna. Accade perciò che al minuto 69, Vertonghen, defilato sulla sinistra dell’area nipponica piazzi una capocciata più che casuale nell’intento di crossare, che assume una traiettoria imprevista che beffa Kawashima. E’ il segnale che la partita sta girando. Infatti, al minuto 74 Hazard crossa e Fellaini ci mette la capigliatura per il pari. Adesso le due squadre sono come due pugili al centro del ring che se le vogliono dare di santa ragione. A tratti sembra di essere all’oratorio la domenica. La palla va di qua e di là come in un flipper. Nishino mette dentro Yamaguchi e Honda, e al minuto 84 proprio l’ex milanista imbeccato da Kagawa colpisce l’esterno ella rete.

Sull’altro fronte Lukaku sfiora il gol impegnando duramente Kawashima. I cross fioccano da tutte le parti verso l’area giapponese. Sembrano certi i tempi supplementari, quando su un’azione d’angolo senza esito per il Giappone, Courtois abbranca in presa e in uscita serve De Bruyne che avvia una  sorta di contropiede. Munier lo prosegue e sul cross in area Lukaku fa il velo per l’accorrente Chadli che la mette da zero metri regalando al Belgio la supersfida contro Neymar e soci. Trenta secondi alla fine, quindici secondi di azione. Punizione eccessiva per il Giappone che meritava di giocarsela sino alla fine, rigosi inclusi, magari. Il Belgio tira un sospirone di sollievo, ma deve meditare (e parecchio…) perché contro il Brasile, sebbene non sia una Selecao inarrivabile, non potrà permettersi di andare sotto di due reti.

Egidio

Sono nato all'epoca delle Olimpiadi di Roma, nella vita non faccio lo scrittore, né il giornalista, ma tutt’altra cosa che adesso non è utile descrivere né spiegare. Mi piace scrivere. Nel corso della mia vita, sin dall’epoca del liceo, credo di aver sviluppato una discreta capacità nel raccontare ed esprimere idee, concetti, ma soprattutto sentimenti e sensazioni. Tuttora, nella vita di tutti i giorni scrivo molto per lavoro. Sono innamorato del Milan dall’età di 8 anni e questo per merito di mio padre buon’anima, ahimè, volato in cielo pochi mesi prima della Stella del 10°. Mi firmerò con lo pseudonimo di Egidio. Come molti altri di voi, ho giocato a pallone (badate bene, “a pallone”, e non “a calcio”) a livello dilettantistico-amatoriale. Giocavo centravanti (adesso sarei “una prima punta”), la maglia rigorosamente era la numero 9 ed Egidio era il soprannome che i miei amici mi affibbiarono all’epoca dei fatti, ma vi assicuro che ho segnato più reti di quante ne abbia sbagliate lo Sciagurato. Ringrazio sin d’ora chi mi leggerà, chi mi apprezzerà, chi no, ma soprattutto chi, con educazione, mi contesterà : il peggior disprezzo è l’indifferenza. Ricordate che il Milan si discute, ma si ama. Ed io lo amo.