azzurri-thiagomottaTerminata anzitempo la nostra partecipazione al torneo Francese, rimessa la bandiera al suo posto nel cassetto in attesa della prossima occasione, diventiamo seri per più di un minuto e torniamo (tutti) con la mente a qualche tempo fa, all’epoca delle convocazioni per questi Europei. In tanti ci siamo fatti mille domande e non siamo riusciti a darci le risposte. Leggevamo e rileggevamo i nomi dei prescelti e non riuscivamo a capire il perché.

Eppure quei nomi, messi così, in un’unica lista, tutto ci sembravano meno che una squadra competitiva. Addirittura si paventava persino la difficoltà nel superamento del turno preliminare. Il Belgio capofila del ranking UEFA sembrava parente prossimo del Brasile di una volta, la Svezia e Ibrahimovic facevano paura al solo nominarli, l’Irlanda era temuta addirittura nella corsa al terzo posto del girone. Si annunciava un disastro, in pratica.

Ma noi, nel bene e nel male siamo Italiani e come tali, sanguigni e calienti, e come è stato dato il calcio di inizio abbiamo messo tutto da parte. Avvolti nel tricolore abbiamo iniziato a soffrire e a tifare.

E come tutti i tifosi abbiamo la memoria corta. Perciò, quella che era una squadra modesta e incompleta appena un mese fa, improvvisamente diventava ai nostri occhi capace di qualsiasi impresa, persino quella di arrivare sino in fondo a Parigi domenica 10 luglio. Da qui la comprensibile delusione per come è andata a finire sabato sera.

Smessi i panni del tifoso, e scesi dal carro del vincitore, dove peraltro io non sono mai salito, abbozziamo qualche ragionamento.

La squadra messa insieme nel suo complesso esprime, a mio avviso, il momento non felicissimo del calcio italiano. Le squadre di club, al di là dei successi più o meno raccolti, sono legate al rendimento dei giocatori stranieri, massicciamente presenti. Questa folta rappresentanza rappresenta un limite alla contemporanea presenza di calciatori indigeni e, ovviamente, interferisce col processo di miglioramento degli stessi. E’ inevitabile che chi meno gioca, meno impara, meno progredisce. A differenza di altre nazioni, calcisticamente evolute, i giovani di valore, magari solo perché considerati, a torto, giovani, vengono relegati troppo spesso al ruolo di riserva di stranieri che non li valgono. Non sono molti gli allenatori coraggiosi sotto questo aspetto.

Da noi si privilegia l’esperienza, perché considerata condizione indispensabile per ottenere il risultato, qualunque esso sia. Paradossalmente, mentre si registra una crescita dei nostri allenatori, ambiti ormai in tutta Europa non solo a livello di club ma anche di squadre nazionali, questo non accade per i nostri calciatori, che anche fuori delle patrie frontiere non riscuotono eccessivo gradimento, spesso incorrendo in sonori fallimenti.

Egidio

Egidio

Sono nato all'epoca delle Olimpiadi di Roma, nella vita non faccio lo scrittore, né il giornalista, ma tutt’altra cosa che adesso non è utiledescrivere né spiegare. Mi piace scrivere. Nel corso della mia vita, sin dall’epoca del liceo, credo di aver sviluppato una discreta capacità nel raccontare ed esprimere idee, concetti, ma soprattutto sentimenti e sensazioni. Tuttora, nella vita di tutti i giorni scrivo molto per lavoro. Sono innamorato del Milan dall’età di 8 anni e questo per merito di mio padre buon’anima, ahimè, volato in cielo pochi mesi prima della Stella del 10°. Mi firmerò con lo pseudonimo di Egidio. Come molti altri di voi, ho giocato a pallone (badate bene, “a pallone”, e non “a calcio”) a livello dilettantistico-amatoriale. Giocavo centravanti (adesso sarei “una prima punta”), la maglia rigorosamente era la numero 9 ed Egidio era il soprannome che i miei amici mi affibbiarono all’epoca dei fatti, ma vi assicuro che ho segnato più reti di quante ne abbia sbagliate lo Sciagurato. Ringrazio sin d’ora chi mi leggerà, chi mi apprezzerà, chi no, ma soprattutto chi, con educazione, mi contesterà : il peggior disprezzo è l’indifferenza. Ricordate che il Milan si discute, ma si ama. Ed io lo amo.
Egidio
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