Caffè amarissimo per la Colombia che, dopo tre rigori su cinque, era sopra di uno per effetto della parata di Ospina su Henderson ed aveva un piede e mezzo nei quarti di finale. Bastava segnare, solo segnare, a quel punto. Semplice a dirsi un po’ meno a farsi, perché il calciò è noto essere un gioco fatto da uomini che vivono di emozioni e sentimenti, talvolta contrastanti. Perciò accade che in quei momenti la fatica annebbia le idee, la porta sembra piccolissima, il portiere avversario enorme e la palla pesante. Questo potrebbe essere capitato ad Uribe (che prende in pieno l’incrocio dei pali) e al pescatore Bacca che si fa ipnotizzare dal carneade Pickford che nel frattempo aveva indossato la maschera di Gordon Banks. Disastro. Dall’altare alla polvere nel giro di pochi minuti. Esulta invece l’Inghilterra che vedeva materializzarsi l’ennesima beffa dagli undici metri in una competizione internazionale e che ora invece guarda avanti con fiducia non considerando la Svezia un avversario imbattibile (ma sarà poi così’?).

Fino a lì le due squadre c’erano arrivate per effetto del rigore di Kane al minuto 57 causato da uno stupidissimo e prolungato fallo in area da parte di Renato Sanches che l’arbitro non poteva non punire e della capocciata (l’ennesima) di Yerri Mina in pieno recupero (minuto 92) sulla quale il piccolo Trippier, novello Rivera, non può fare nulla sebbene si trovi sulla linea di porta e sulla traiettoria. La partita è stata come molte altre in questo Mondiale: non bella, molto tattica ma vibrante. L’Inghilterra è ormai quella di Pep Guardiola. Abbandonati i lanci lunghi, la palla ora scorre sul tappeto verde, spesso in avanti, e solo talvolta indietro.

La Colombia, ancora priva di James Rodríguez, non è appariscente ma tignosa. Quintero parte bene tra i sudamericani, Sterling e Kane sono pericolosi tra il minuto 13 e il minuto 15, così come Quintero fa al minuto 32. Trippier calcia fuori una punizione al minuto 46. Primo tempo tutto qui, le due squadre si fronteggiano e si temono senza dichiararlo.

Dopo il rigore di Kane la partita si accende e l’arbitro fatica non poco per gestirla sotto l’aspetto disciplinare. Pekermann gioca la carta Bacca al minuto 60 per Leama. Ogni pallone conteso scatena una polemica infinita. La partita è scorbutica, piovono gialli che potrebbe avere riflessi nel prosieguo del torneo. Maguire mette alto di testa su azione d’angolo, poi contropiede Sterling-Lingard con intervento dubbio in area. Siamo al minuto 76. Falcao è ancora poco servito tra i colombiani, mentre Cuadrado che gioca l’ennesima partita di poca qualità, si divora il pari al minuto 81. Kane difende il suo gol con i denti, subisce molti falli e prende punizioni preziose. Ancora Maguire, ancora di testa, ancora alto al minuto 83. Ribatte Falcao (finalmente!) su cross di Mujica al minuto 85 di testa e poi tira, però centrale, un minuto dopo.

I bianchi d’Albione sembrano tenere ma come detto la Colombia ha la carta Yerri Mina, una sentenza su calcio da fermo. E siamo pari. I supplementari come a solito sono una sofferenza. Le squadre sono stanche, inevitabilmente, i più attivi sono i subentrati a partita in corso. Bacca colpisce di testa su cross di Cuadrado, così come fa Falcao al minuto 103. L’Inghilterra sembra disunirsi e perdere le sue certezze, molti appoggi sono sbagliati. I nervi comandano, mentre i muscoli cominciano a cedere e gli errori di troppo ci sono da una parte e dall’altra.

Gli uomini di Southgate hanno un triplice sussulto finale: Rose (minuto 112), Lingard (minuto 114) e Dier (minuto 115) sfiorano il vantaggio. Ma ormai si va ai rigori. Sbaglia Henderson mettendo l’Inghilterra sull’orlo del baratro. Poi, come detto, il doppio disastro Uribe (pareggia Trippier) e Bacca (rete decisiva di Dier).

A Londra si festeggia, a Bogotá si piange. E non servirà il caffè per stare svegli, basta la delusione.

Egidio

Sono nato all'epoca delle Olimpiadi di Roma, nella vita non faccio lo scrittore, né il giornalista, ma tutt’altra cosa che adesso non è utile descrivere né spiegare. Mi piace scrivere. Nel corso della mia vita, sin dall’epoca del liceo, credo di aver sviluppato una discreta capacità nel raccontare ed esprimere idee, concetti, ma soprattutto sentimenti e sensazioni. Tuttora, nella vita di tutti i giorni scrivo molto per lavoro. Sono innamorato del Milan dall’età di 8 anni e questo per merito di mio padre buon’anima, ahimè, volato in cielo pochi mesi prima della Stella del 10°. Mi firmerò con lo pseudonimo di Egidio. Come molti altri di voi, ho giocato a pallone (badate bene, “a pallone”, e non “a calcio”) a livello dilettantistico-amatoriale. Giocavo centravanti (adesso sarei “una prima punta”), la maglia rigorosamente era la numero 9 ed Egidio era il soprannome che i miei amici mi affibbiarono all’epoca dei fatti, ma vi assicuro che ho segnato più reti di quante ne abbia sbagliate lo Sciagurato. Ringrazio sin d’ora chi mi leggerà, chi mi apprezzerà, chi no, ma soprattutto chi, con educazione, mi contesterà : il peggior disprezzo è l’indifferenza. Ricordate che il Milan si discute, ma si ama. Ed io lo amo.