Le pagelle: ognuno le vede a modo suo (e ognuno ci mette del suo)

Nella accezione spiccatamente etimologica, la pagella viene definita come “tabella di valutazionene nel linguaggio pubblicitario e giornalistico”, quando si parla di personaggi dello sport, dello spettacolo, della politica. Le pagelle ancora oggi tengono botta, tanto è vero che nessun giornale ci rinuncia. Fu la redazione del Guerin Sportivo tra le prime a dare grande spazio alle pagelle, Gianni Brera disquisiva di tutto, tanti argomenti, un pozzo di sapienza e letteratura, a lui era concesso tutto anche perché era il migliore. Le pagelle all’inizio prevedevano solo il voto secco, senza il commento. Il quotidiano Stadio, almeno fino alla fusione con il Corriere dello Sport, prevedeva voti dall’1 al 5. Avere un “5” significava aver giocato benissimo, senza errori. Ma era abbastanza raro perché una volta i giornalisti non erano propriamente di manica larga.

Tra i lettori più assidui delle pagelle ovviamente ci sono i giornalisti stessi, che controllano la concorrenza, per rilevare analogie o disparità. Quando non c’erano i telefoni cellulari alla ripresa degli allenamenti si capiva dal saluto tra giornalista ecalciatore se il voto era stato gradito. Qualcuno accennava anche a qualche protesta, rari i casi di chi accettava un “4” con il sorriso sulle labbra. I calciatori che negano di essere interessati alla pagelle, quasi sempre si tradiscono mentre parlano con i giornalisti.

Non mancano aneddoti di chi racconta che mogli o fidanzate di prima mattina fanno da sempre incetta di giornali o vanno alla caccia sul web delle pagelle del loro amato consorte. I calciatori generalmente hanno una memoria di ferro e almeno in passato molti hanno confessato di ritagliare articoli, non si sa se per ricordo o per possibili future contestazioni. Nessun tra quelli delegati a dare voti e giudizi può dire di aver ricevuto solo consensi, i tifosi oggi sono decisamente più informati. Chi non ha mai negato di dare il giusto rilievo ai voti dei giornalisti, sono gli arbitri. A metà degli anni 80 il giornalista perugino a Paolo Meattelli ebbe la geniale idea di proporre in Rai una rubrica che da subito ebbe grande interesse, ‘la pagella degli arbitri’, con tanto di classifica finale con tantodi premiazione durante ‘Il processo del lunedì’.

E a proposito di arbitri, un giornalista della Gazzetta dello Sport, Mino Mulinacci, per sua convinzione personale, alquanto discutibile per la verità, dava sempre, a prescindere da tutto, un “8” fisso all’arbitro di turno. I maligni dicevano che questa convinzione era dovuta al fatto che riusciva ad avere le designazioni prima di ogni altro giornalista, quando gli arbitri si decidevano a tavolino, e non c’era l’estrazione a sorte. Anche i giornali di opinione a partire dagli anni ‘70 hanno introdotto le pagelle nella edizione del lunedì. La rubrica aveva un grande valore promozionale per le testate sportive, e il furbissimo Romeo Anconetani, prima di diventare presidente del Pisa, si era inventato il ruolo di procuratore ante litteram (si offendeva se veniva definito mediatore) avvalendosi proprio delle classifiche di rendimento ricavate dalle pagelle.

C’è chi sostiene che ai lettori interessi poco la cronaca e molto il giudizio della prestazione. Scrivere le pagelle non è impresa facile, perché è necessario tenere conto di tanti elementi che portano al voto finale. Il primo vincolo è rappresentato dal risultato della partita, poi ci sono altri parametri, che riguardano il ruolo, le azioni più significative della prestazione. Chi segna un goal, parte già da una buona base, anche se la squadra perde. Bisogna tenere conto che i punti di osservazione di un incontro di calcio sono molti, particolarmente quattro e tutti fortemente limitati :

1. quello dell’allenatore: egli ha un campo visivo limitato, dovendo stare a livello del terreno di gioco o anche al di sotto di esso. Inoltre, un allenatore ricorda al massimo il 30% degli eventi di una partita (se è in giornata di grazia), ed è soggetto alle emozioni della gara ed agli inevitabili pregiudizi sui suoi calciatori e sull’arbitro;

2. quello dal calciatore: dall’interno del campo si vedono cose che molti umani non apprezzano, nemmeno l’allenatore in panchina. Molti calciatori sono stati definiti degli “allenatori in campo” perché andavano verso la panchina e suggerivano quali accorgimenti tattici si dovessero adottare. D’altra parte è anche vero che il calciatore ha una visione limitata della prestazione in quanto impegnato a conquistare la palla, a non perderla, a gestire lo stress da sforzo prolungato;

3. quello dello spettatore allo stadio: dagli spalti si ha una visione globale del campo di gioco sebbene non uniforme rispetto alle dimensioni del campo, a seconda che si stia seduti in tribunao in curva. Lo spettatore inoltre, è naturalmente portato a seguire solo i movimenti della palla e non quello che intorno alla palla accade;

4. quello del telespettatore : è certo che la tv ha fatto crescere il livello di conoscenza del calcio e dunque c’è una maggiore attenzione e competenza. E’ altresì vero che seduto sul divano il teletifoso è vincolato a ciò che la regia e le pur molte telecamere dal campo riportano sul nostro schermo, pertanto anche il teletifoso ha una visione parziale dell’evento sportivo.

Conclusione: se compilassimo le pagelle della stessa partita a seconda dei quattro diversi punti di vista appena enunciati avremmo certamente quattro risultati diversi. E allora, dovremmo fare la media matematica? Né tantomeno potremmo dire che uno ha ragione e gli altri torto. La verità, ammesso ne esista una, è che tutti hanno ragione, proprio perché ognuno vede dal proprio osservatorio privilegiato. Le pagelle, ritengo, vadano redatte con la maggiore immediatezza possibile (dopo aver preso bene appunti durante la partita) per evitare che il ricordo si affievolisca o il giudizio venga offuscato da commenti letti (inevitabilmente) altrove.

Sul giudizio inoltre, per quello che mi riguarda, tengo sempre conto del valore tecnico assoluto del giocatore. Messi e Borini non partono dalla stessa base di valutazione, perché da Messi mi aspetterò sempre molto di più, ma ciò non toglie che se Borini gioca bene, perché fa ciò che gli si chiede e dà ciò che ci si aspetta che dia, gioca bene. Da Borini, tenuto conto che è Borini e non Messi. Sulla redazione delle pagelle influiscono anche le esperienze calcistiche personali che mi portano a ricercare nella prestazione del calciatore aspetti e dettagli magari ignoti o non ritenuti importanti dai più. Cito, a memoria, il caso del subentrato a 15 minuti dalla fine che mentre la squadra sta soffrendo, riesce a tenere palla e guadagnare quelle punizioni che fanno respirare la difesa. Qual calciatore sebbene impegnato per soli 15 minuti ha fatto cose importanti per la squadra, contribuendo al risultato finale e va premiato. Non siete d’accordo?

Egidio

Sono nato all'epoca delle Olimpiadi di Roma, nella vita non faccio lo scrittore, né il giornalista, ma tutt’altra cosa che adesso non è utile descrivere né spiegare. Mi piace scrivere. Nel corso della mia vita, sin dall’epoca del liceo, credo di aver sviluppato una discreta capacità nel raccontare ed esprimere idee, concetti, ma soprattutto sentimenti e sensazioni. Tuttora, nella vita di tutti i giorni scrivo molto per lavoro. Sono innamorato del Milan dall’età di 8 anni e questo per merito di mio padre buon’anima, ahimè, volato in cielo pochi mesi prima della Stella del 10°. Mi firmerò con lo pseudonimo di Egidio. Come molti altri di voi, ho giocato a pallone (badate bene, “a pallone”, e non “a calcio”) a livello dilettantistico-amatoriale. Giocavo centravanti (adesso sarei “una prima punta”), la maglia rigorosamente era la numero 9 ed Egidio era il soprannome che i miei amici mi affibbiarono all’epoca dei fatti, ma vi assicuro che ho segnato più reti di quante ne abbia sbagliate lo Sciagurato. Ringrazio sin d’ora chi mi leggerà, chi mi apprezzerà, chi no, ma soprattutto chi, con educazione, mi contesterà : il peggior disprezzo è l’indifferenza. Ricordate che il Milan si discute, ma si ama. Ed io lo amo.

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