Ci sono calciatori che possono farti innamorare del gioco del calcio: Roberto Donadoni, a mio personalissimo parere, è stato (anzi è) uno di questi. Nato in un piccolo comune del Bergamasco nel settembre del 1963, annata peraltro eccezionale per la produzione di talenti («El Buitre» Butragueño, Evani e Dunga, per citarne solo alcuni), Donadoni era un bimbetto tutt’ossi con la passione del pallone. Gracile ma velocissimo e con la calamita al piede, a dodici anni lo facevano giocare con quelli di sedici a patto che non segnasse, perchè dribblava tutti con facilità irrisoria ed entrava in porta con il pallone. Così non gli restò che affinare la capacità di fornire assist. E lo fece fin troppo bene.

L’Atalanta fu la sua prima casa calcistica. Si accorgevano subito tutti delle sue qualità tecniche perchè non era possibile non accorgersene. Così fu per Ottavio Bianchi, che lo chiamava “il ragnetto” «Perché sapeva sempre uscire da ogni angolo»… «Oggi mi ricorderebbe un Ribery più forte. In Italia non mi sovvengono paragoni». Così fu per Nedo Sonetti: «Roberto aveva una mobilità articolare pazzesca, captava il pallone per primo e saltava tutti». Due stagioni in serie B, poi la promozione ed altre due stagioni in serie A. Ben presto fu evidente che l’Atalanta gli stava stretta. Fu ad un passo dal passare alla Juventus, che lo aveva sostanzialmente prenotato, ma la sua preferenza finale andò al Milan, verso cui da sempre nutriva simpatie. Berlusconi lo pagò 10 miliardi di lire, che era davvero molto. Lì, in 12 stagioni complessive, trovò il climax ideale per consacrarsi: le sue doti e la sua creatività ebbero risonanza mondiale. Di lui Michel Platini disse: « è il miglior giocatore italiano degli anni Novanta». Significativamente, uno dei suoi soprannomi era “Luci a San Siro”. Cosa altro vogliamo aggiungere?

Divenne uno degli interpreti più sopraffini di quasi tutti i ruoli del centrocampo, arrivando ad eccellere in particolar modo sulla fascia, dove era in grado di far saltare ogni equilibrio, incuneandosi fra le maglie difensive con l’imprevedibilità di un rapace. Scatti, finte, serpentine, calibratissimi cross: i migliori pezzi del suo repertorio avranno sempre un posto speciale nel cuore e nella storia del club che lo ha reso grande e che lui ha contribuito in maniera significativa a rendere leggendario. Una delle sue migliori partite, il 5-0 inflitto al Real Madrid, quando si permise anche di firmare un gol con un bel tiro da lontano. Come sappiamo, con la società rossonera Donadoni ha vinto tutto ciò che di importante si poteva vincere: 6 Scudetti, 3 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, 3 Supercoppe Europee, 4 Supercoppe di Lega, 1 Mundialito per Clubs.

Contemporaneamente divenne punto fermo della nazionale italiana, con la quale arrivò secondo ai Mondiali americani del 1994 (perdendo solo ai rigori) e terzo quattro anni prima, ai Mondiali organizzati in casa nostra, quando furono ancora i calci di rigore a fermare il suo cammino. Per Donadoni una vera maledizione, quella degli 11 metri, perchè i rigori gli dissero di no anche nel 1986, quando giocava nell’Under 21 (sconfitta in finale dell’Europeo contro la Spagna) e gli avrebbero detto ancora di no molti anni dopo, quando da selezionatore azzurro incontrerà nuovamente la Spagna. E per dirla tutta, anche agli Europei del ’96, quando Zola sbagliò il rigore della vittoria, che avrebbe consentito agli azzurri di andare avanti. Ma che ci puoi fare coi capricci del caso?

Nils

Seguo spesso l'istinto. Ai tempi delle scuole elementari decisi di tifare Milan. Nell'autunno 2013 mi venne l'idea di creare questo sito (online dal primo gennaio 2014). A volte scrivo cose senza senso, perciò non prendetemi troppo sul serio.

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