Messico e nuvole: Rivera e la partita del secolo

 Giugno 1970: fa caldo, perché negli anni ’70 in Italia a giugno faceva caldo, non ti potevi sbagliare. Le scuole si erano chiuse da poco e nell’aria c’era il profumo dell’estate che stava arrivando.

A giugno del 1970 l’evento che calamitava le attenzioni dell’Itaglia calcistica erano i Mondiali in Messico. Messico e nuvole, come una canzone di Enzo Jannacci, mai dimenticato grande tifoso rossonero.

Per la prima volta si gioca in altura a quote mai provate prima: Città del Messico 2.420 metri sul livello del mare, Guadalajara 1.561, Toluca, 2.660.

Rarefazione dell’aria e mancanza di ossigeno, sono termini di moda in quel periodo.

Noi andiamo in Messico freschi del titolo Europeo conquistato due anni prima e ci andiamo, soprattutto, con grandi speranze, quelle di una Nazionale dotata di talento: Riva, Mazzola, De Sisti, Facchetti, Boninsegna… Rivera.

Si confidava su Gigi Riva, che, fresco di scudetto con il Cagliari e ribattezzato l’Imperatore in contrapposizione a Pelè, il Re, potesse essere il nostro uomo in più.

In quell’estate del 1970 Rivera scrisse delle pagine di storia calcistica legando il suo nome a ricordi indimenticabili che ancora oggi a distanza di quaranta anni sono stati eguagliati ma di certo non superati.

Nonostante il grande entusiasmo iniziale, le partite del girone eliminatorio non furono esaltanti: una vittoria con la Svezia con un gol in condominio tra Domenghini e il portiere scandinavo e due miseri pareggi a reti bianche con Uruguay e Israele. Poca roba.

Però, passiamo lo stesso ai quarti dove ci toccano i padroni di casa che nel forno di Toluca ci aspettano per farci la festa. E così sembra, infatti.

Il pubblico scatenato e l’afa bloccano le gambe dei Nostri e Gonzales segna da corta distanza. Meno male che alla fine del primo tempo, un autogol di Pena su tiro di Domenghini ci porta in parità, ma è dura.

Poi, nell’intervallo il C.T. Valcareggi ha un’intuizione: toglie il Baffo Mazzola e mette Rivera, creando quella che passò alla storia come la staffetta Messicana. E da lì tutto cambia, come per incanto, l’Italia diventa un’altra squadra.

Riva, sino a quel momento protagonista di un Mondiale anonimo, si desta. Due gol su assist di Rivera e un gol di Rivera stesso: 4-1, trionfo totale e pubblico messicano sotto il sombrero.

Era bastato mezzo Rivera.

L’Italia, incatenata davanti ai televisori, scende in piazza e per le strade, un fiume di macchine, tuffi nelle fontane. Quattro anni dopo la disfatta di Middlesbrough siamo in semifinale dove ci tocca la Germania dei Panzer: Maier, Beckenbauer, Muller, Seeler, Grabovsky, fanno paura solo a nominarli, sembrano delle macchine da guerra e la critica ci da sconfitti prima di giocare. Ma la semifinale Italia-Germania sarà una battaglia sportiva che passerà alla storia. Quando le squadre scendono in campo allo stadio Azteca di Città del Messico, in Italia è la notte del 17 giugno 1970.

La gente di ogni regione, città, paese, è di nuovo incollata davanti al televisore e non sa che sta per assistere ad un evento storico. Le finestre sono aperte, si soffre e si tifa, è tutta una immensa Curva. Boninsegna dopo pochi minuti scambia stretto con Riva e da fuori area ci porta in vantaggio.

I Teutonici si arrabbiano e sbuffano e da lì ci mettono sotto assedio: maglie bianche sbucano da tutte le parti, ci sovrastano fisicamente e sembrano correre il doppio. I palloni spiovono in area che sembra piovere e Ricky Albertosi ha il suo bel da fare. Noi teniamo duro: ma reggeremo? Sembriamo sul punto di crollare da un momento all’altro. Fine primo tempo, meno male. La gente si affaccia dai balconi, siamo stanchi anche noi.

Secondo tempo, e come contro il Messico va in onda la staffetta. Vedrai, adesso cambia tutto. E invece no, come il primo tempo. Loro picchiano duro e ci mettono alle corde, il tempo sembra non passare mai e nemmeno Rivera ci illumina, stavolta più abatino che mai.

Scorrono i minuti e la speranza cresce. Siamo alla fine, ma quando fischia?

Mentre pensiamo così, su un pallone dalla sinistra, tomo tomo, cacchio cacchio, nell’area di rigore uno dei nostri rossoneri, Schnellinger, tutto solo e maledetto, per questa volta, pareggia, senza sapere che ci stava dando la possibilità di entrare nell’Olimpo degli Dei del calcio.

Perché senza quella rete all’ultimo respiro la partita sarebbe stata dipinta come l’ennesima dimostrazione del Italian catenaccio, l’ennesimo furto con destrezza.

Disperazione e supplementari. E non finisce lì, perché pronti via e Poletti, subentrato a Rosato, combina un guaio con Albertosi… tua, mia, no è tua, no, prendila tu... e il traccagnotto e terribile Muller si infila e segna. Siamo sotto, ecco è finita. Macché, andiamo avanti e su punizione battuta a sorpresa da Rivera (e allora…) Burgnich roccia friulana pareggia. Imperterriti, i Tedesconi proseguono a testa bassa, attaccano, attaccano… e si scoprono.

Infatti, Rivera (e allora…) recupera un pallone sulla nostra trequarti. Avanza e lancia Domenghini sull’out sinistro che la mette al centro verso Riva. Stop di petto (Riva… Riva…), palla a terra sul sinistro (Riva… Riva..), fendente a pelo d’erba… la palla lentissima sembra non terminare mai la sua corsa (Riva… Riva…) ma inesorabile supera Maier. Siamo ancora in vantaggio. Un delirio, da fuori si sentono urla disumane, la gente sta impazzendo. Finita? Macché. Secondo tempo supplementare e la battaglia continua.

Guidati dal Kaiser Franz Beckenbauer che gioca con un braccio legato al collo, i Tedeschi schiumano rabbia da ogni poro.

Calcio d’angolo per loro, Rivera sul primo palo. Palla in area, colpisce Seeler, poi Muller la spizza, la palla passa tra Rivera e il palo. Incredibile! Albertosi copre Rivera di insulti, credo, irripetibili.

Di quell’errore che ci portò sul 3-3 disse: «Potevo prenderla solo con le mani, è vietato, ho provato con le anche, è andata male, è stato un contropiede involontario, poi sono ripartito per un contropiede volontario e ho segnato».

Palla al centro e si ricomincia e si affaccia all’orizzonte il terrore della monetina, perché all’epoca non c’erano i calci di rigore.

Facchetti la dà a Boninsegna, che invece di chiedere una barella per sdraiarsi si mette a correre e sgomitare con lo stopper tedesco, arriva al limite e la mette in mezzo.

Mio Dio, ma se il centravanti è lì, al centro dell’area chi ci sta? Signori, c’è Rivera (e allora…).

Sul pallone che arriva da sinistra, finta di corpo, destro sublime, portiere da una parte e palla dall’altra, manco fosse un rigore. Sono passati 66 secondi dal 3 a 3. Adesso finisce su serio e siamo in finale. Da quella volta, e sono passati quarantacinque anni, loro non si sono ancora presi la rivincita.

Allo stadio Azteca esiste una targa, a ricordo di quella notte e di quell’evento, che recita così: Vencido or vencidor siempre con honor.

Rivera lo ricordiamo così, con quel gol in quella partita storica che lo ha consegnato in eterno all’immortalità calcistica.

Quello che successe poi è agli atti e non lo cambiamo certo noi.

La sconfitta con il Brasile di O’Rey Pelè, Valcareggi che sul risultato di 1 a 1 al termine del primo tempo non attua la staffetta riservando a Rivera i sei ingloriosi e umilianti minuti a risultato acquisito, il mesto rientro (da Vice campioni del Mondo!) condito di polemiche e pomodori tranne che per uno.

Nessuno ci dirà mai la verità, nemmeno chi la conosce e magari, pensiamo, sarebbe andata nello stesso modo.

Resteremo sempre con un dubbio: ma perché non tentare?

Egidio

Sono nato all'epoca delle Olimpiadi di Roma, nella vita non faccio lo scrittore, né il giornalista, ma tutt’altra cosa che adesso non è utile descrivere né spiegare. Mi piace scrivere. Nel corso della mia vita, sin dall’epoca del liceo, credo di aver sviluppato una discreta capacità nel raccontare ed esprimere idee, concetti, ma soprattutto sentimenti e sensazioni. Tuttora, nella vita di tutti i giorni scrivo molto per lavoro. Sono innamorato del Milan dall’età di 8 anni e questo per merito di mio padre buon’anima, ahimè, volato in cielo pochi mesi prima della Stella del 10°. Mi firmerò con lo pseudonimo di Egidio. Come molti altri di voi, ho giocato a pallone (badate bene, “a pallone”, e non “a calcio”) a livello dilettantistico-amatoriale. Giocavo centravanti (adesso sarei “una prima punta”), la maglia rigorosamente era la numero 9 ed Egidio era il soprannome che i miei amici mi affibbiarono all’epoca dei fatti, ma vi assicuro che ho segnato più reti di quante ne abbia sbagliate lo Sciagurato. Ringrazio sin d’ora chi mi leggerà, chi mi apprezzerà, chi no, ma soprattutto chi, con educazione, mi contesterà : il peggior disprezzo è l’indifferenza. Ricordate che il Milan si discute, ma si ama. Ed io lo amo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *