Stadio. Agli appassionati stadiomilannndi pallone, al solo sentire la parola stadio si illuminano gli occhi. Lo stadio, il luogo deputato allo svolgimento dell’evento sportivo per eccellenza. Il luogo dove più facilmente si abbattono le barriere sociali : c’è il ricco e c’è il povero, c’è il laureato e l’analfabeta, c’è il capo e il sottoposto. Allo stadio non conta nulla chi sei. E non conta se si è belli o brutti, simpatici o odiosi. Allo stadio si sta seduti, uno accanto all’altro e il solo fatto di essere lì è motivo di aggregazione. Se stai qui, accanto a me, la pensi come me e ti voglio bene per questo. Chi sei? Non mi importa. Come ti chiami? Dillo se ti va, altrimenti, è li stess. Allo stadio ci si abbraccia e ci si dispera, si gioisce e si impreca. Allo stadio si prende il freddo e si scoppia di caldo, tutti lì, tutti insieme. Allo stadio si va con gli amici, e se no, si trovano già lì. Lo stadio è la casa. Alcuni stadi hanno più storia di altri, per anzianità costruttiva o perché sono stati teatro di imprese che hanno lasciato un segno nella memoria della gente che li frequenta. Perché…”ti ricordi, quella volta, ….quel gol….era lì, sotto la curva, lì’ da quella parte…che pallonetto!!!”. Tutti ne abbiamo almeno una da ricordare e raccontare. La storia del nostro Milan passa inevitabilmente attraverso i racconti, i ricordi, le emozioni che custodisce San Siro, uno degli impianti più grandi in assoluto tra quelli in attività. San Siro, la Scala del calcio.

Ma…..

Perché c’è un ma, grande come uno stadio. Si parla e si discute molto da un po’ di tempo a questa parte (e a dire la verità, più spesso che in passato) dell’opportunità di continuare a disputare le partite casalinghe a San Siro e della ipotesi che la società Milan investa in modo robusto el dinero per avere uno stadio di proprietà.

Tutto ciò premesso, si deve dire che stiamo camminando su un terreno minato, perché in Italia soltanto parlare di impianti sportivi è un bel problema. Siamo sì, molto sportivi, ma a parole e soprattutto abbiamo una classe Dirigente, politica e non, che di parole ne fa molte….ma di fatti ne conclude ben pochi. E’ sotto gli occhi di tutti che gli stadi di cui possiamo godere (?) sono non solo vecchi ma inadeguati allo scopo. Tribune e curve montate coi tubi innocenti, seggiolini fatiscenti (quando va bene), coperture inesistenti. Quelle che dovrebbero essere le case dei tifosi sono scomodi, inospitali, pieni di ostacoli, freddi di nome e di fatto. Se decidi di andare prima, non hai altro modo di aspettare che sederti e guardare l’erba, manco fossi una mucca. E i servizi? Praticamente inesistenti. Un disastro. Se avete avuto modo di guardare i filmati delle teche Rai che ogni tanto passano sui canali del digitale terrestre, con le cronache di 90° minuto o della DS risalenti agli anni ’70, vi sarete certamente accorti che molti impianti sono rimasti tali e quali, o cambiati di pochissimo, indipendentemente essi siano di grandi metropoli o città di provincia. Nomi? Bergamo, Brescia, Vicenza, Bologna, Pescara, Verona, tanto per gradire. E quelli cambiati non lo sono poi mica di tanto.

Personalmente, sono sempre stato un fautore dello stadio di proprietà e mi meraviglio, anzi, che il buon Silvio non ci abbia fatto un pensierino per tempo. Se devo esprimere una preferenza, mi piace, per come è fatto (mancanza di copertura a parte, ma è un dettaglio realizzativo) la Bombonera del Boca. Andando su Internet, ci sono molte immagini, gustatevele. Una eccola anche qui:

La Bombonera, lo stadio del Boca Juniors, in Buenos Aires. 57.395 posti a sedere.

La Bombonera, stadio del Boca Juniors

Per spiegare la mia scelta, e fare un po’ d’ordine sull’argomento parto da alcuni dati numerici, che come tali, sono oggettivi e non si prestano a interpretazione.

Andiamo in Inghilterra in Premier League. In materia di impianti sportivi i britannici tutti (Inglesi, Scozzesi, Irlandesi, Gallesi) hanno precorso, ormai da tempo, tutti i tempi e che, ci piaccia o no fanno storia e scuola. In Inghilterra tutti i club possiedono il proprio stadio. E non solo lo possiedono, ma riescono persino a riempirlo a prescindere dai risultati sportivi. Non ci credete? Leggete….

Prendiamo in esame le statistiche di presenza media per la stagione di Premier League 2013-2014, facendo solo riferimento alle squadre, e relativi impianti, della città di Londra.

  • Arsenal, ultimo scudetto vinto stagione 2003-2004, capienza impianto 60.432, media presenze 59.487;

  • Chelsea, ultimo scudetto vinto 2009-2010, capienza impianto 41.837, media presenze 41.482;

  • Tottenham, ultimo scudetto vinto 1960-1961, capienza impianto 36.500, media presenze 35.808;

  • West Ham, capienza impianto 35.300, media presenze 34.197;

  • Fulham, capienza impianto 25.770, media presenze 24.977;

  • Crystal Palace, capienza impianto 26.225, media presenze 24.114;

  • QPR, capienza stadio 18.200, media presenze 17.779, con riferimento alla stagione 2012-2013 al termine della quale è retrocesso.

Tutto praticamente sold out, sempre….c’è da dire altro? Vediamo invece in Italia, stessa stagione. Mi fermo alle prime tre per media, perché il resto ve lo risparmio.

  • Roma, capienza impianto 73.261, media presenze 40.552;
  • Milan, capienza impianto 81.277, media presenze 40.188;

  • Juventus, capienza impianto di proprietà 41.000, media presenze 38.364.

Quindi, riepilogando. A vedere il QPR, retrocesso in 2^ Divisione, ci sono andati in media quasi 18.000 spettatori a partita. Della serie, voglio stare male, evidentemente. Nessuna squadra in serie B vanta una media spettatori tale, lo sapevate? Il Tottenham, dal canto suo, ha beccato l’ultimo scudetto mentre Luciano Tajoli e Betty Curtis vincevano Sanremo con “Al di là”, eppure la gente ci va a vederlo, e come. Fulgido esempio di autoflagellazione. Da noi invece, la Roma lotta per lo scudetto ma l’Olimpico è pieno per metà, o poco più, se va bene. Mentre il Delle Alpi di Torino (uno dei peggiori in assoluto) era talmente vuoto e triste che hanno dovuto demolirlo.

Perciò, l’equazione che per avere lo stadio di proprietà ci vuole la squadra forte, scusate, ma non regge. Come non regge l’affermazione che lo stadio deve essere per forza grande. Guardate il Chelsea. Non servono cattedrali nel deserto, ma la capienza giusta. E’ meglio contare 80.000 spettatori due/tre volte l’anno oppure contarne 38.000-40.000 sempre, anche contro l’ultima in classifica?

Alzi la mano chi di voi ha fatto un mutuo per accattarsi casa propria. E alzi la mano chi non dorme la notte perché non ha la possibilità di farlo. O devo pensare che a stare in affitto si è persino felici?

Lo stadio di proprietà assume maggior valore se pensiamo cosa significhi nella politica di gestione del club. Innanzitutto, fornito di servizi a contorno (bar, ristoranti, merchandising), questi sarebbero accessibili tutta la settimana. Esso diventerebbe, come deve essere, un luogo di aggregazione per i tifosi. Lo stadio di proprietà va inoltre ad aumentare la componente attiva dello stato patrimoniale della società, incidendo profondamente sul bilancio di esercizio.

A parziale (ma molto parziale) scusante dei nostri Dirigenti c’è da dire che in Italia costruire uno stadio di proprietà è certamente più difficile che per la NASA mandare un’astronave sulla Luna. Gli impianti sono nella maggior parte Comunali e il Comune per concederne l’utilizzo alla squadra (o alle squadre) della città percepisce un affitto cui mai e poi mai rinuncerebbe : infatti nessun Comune vi ha mai rinunciato. A Roma, per esempio, l’Olimpico è del CONI, ma la sostanza non cambia. Cambia solo chi percepisce l’affitto. Se poi arriva qualche imprenditore, con el dinero disponibile e altrettanta volontà, si trova irrimediabilmente impantanato nelle pastoie e nella burocratia che contraddistingue i nostri provvedimenti amministrativi : concessione del terreno (e quando mai), permessi, autorizzazioni, vincoli e controvincoli ambientali, opere obbligatorie a carattere sociale (?), schieramenti e lobby di potere trasversali, e dulcis in fundo, l’immancabile “Comitato di Quartiere”, organizzazione estemporanea la cui costituzione in Italia, non si nega a nessuno e che è sempre NO-qualcosa per default.

La grande occasione dei Mondiali ’90 è andata sprecata. Anche gli impianti che risalgono a quell’epoca non sono compliant con le esigenze del calcio attuale. E l’abbiamo sprecata per l’Italico vizio del non saper essere concreti, e, aggiungo io, per avere la brutta abitudine di volerci guadagnare. E qui mi fermo, altrimenti sarebbe polemica.

Pensate che al Ferraris di Genova ci sono posti dai quali non si vede il campo nella sua globalità….bel progetto e bel collaudo, complimenti. Se avete modo di osservare le partite in tivù, vi potrete accorgere che ci sono settori talmente posizionati male che, secondo me, non saranno mai occupati nemmeno aggratis. Tutto a danno del protagonista principale, lo spettatore. Vorrei tanto fare una domanda ai progettisti di quei settori : scusi, lei quanto pagherebbe per vedere la partita da lì?

Attualmente, oltre la Juventus, sta andando decisa sulla strada dello stadio di proprietà l’Udinese. I Della Valle a Firenze, Lotito e la Lazio, la Roma degli Americani stanno spingendo in tal senso. E prima o poi qualcuno sfonderà, ne sono certo. Vogliamo farceli passare avanti tutti? Fate lo stadio, fatelo dove volete, ma fatelo.

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Egidio

Egidio

Sono nato all'epoca delle Olimpiadi di Roma, nella vita non faccio lo scrittore, né il giornalista, ma tutt’altra cosa che adesso non è utile descrivere né spiegare. Mi piace scrivere. Nel corso della mia vita, sin dall’epoca del liceo, credo di aver sviluppato una discreta capacità nel raccontare ed esprimere idee, concetti, ma soprattutto sentimenti e sensazioni. Tuttora, nella vita di tutti i giorni scrivo molto per lavoro. Sono innamorato del Milan dall’età di 8 anni e questo per merito di mio padre buon’anima, ahimè, volato in cielo pochi mesi prima della Stella del 10°. Mi firmerò con lo pseudonimo di Egidio. Come molti altri di voi, ho giocato a pallone (badate bene, “a pallone”, e non “a calcio”) a livello dilettantistico-amatoriale. Giocavo centravanti (adesso sarei “una prima punta”), la maglia rigorosamente era la numero 9 ed Egidio era il soprannome che i miei amici mi affibbiarono all’epoca dei fatti, ma vi assicuro che ho segnato più reti di quante ne abbia sbagliate lo Sciagurato. Ringrazio sin d’ora chi mi leggerà, chi mi apprezzerà, chi no, ma soprattutto chi, con educazione, mi contesterà : il peggior disprezzo è l’indifferenza. Ricordate che il Milan si discute, ma si ama. Ed io lo amo.
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