Riconosciamo i meriti di questa squadra

 Se il Milan perde, è colpa del Milan. Se il Milan vince, è demerito dell’avversario. In Italia funziona così, almeno nel calcio, abbiamo questa mania di disconoscere i meriti di chi vince. E allora dico che bisogna fare pace con la coscienza e col proprio cervello. Se l’altro ieri sera la Sampdoria è stata “piccola” la colpa è stata solo del Milan che ha espresso il miglior calcio dall’inizio della stagione e non soltanto.

Il Milan ha giocato in maniera “rotonda”, la corsa è stata facile, la palla ha girato veloce, e quando arrivava, chi la doveva ricevere era già lì, i singoli tentavano giocate di prima, spesso vincenti, arrivando primi su ogni pallone, aiutandosi l’un l’altro. Questo con l’avversario non c’entra niente. Nessuno si fa da parte per farti segnare, per fare 4 gol devi andare in campo, giocare e tirare in porta. Il resto sono chiacchiere.

Per questa volta derogo dallo schema del “cosa ha funzionato e cosa no”, perché non serve. A 5 minuti dal termine eravamo 4 a 0 e non avevamo paura di subire l’ennesima rimonta dell’ultimo minuto.

Sotto l’aspetto tattico, avevo detto che giocare con una sola punta (peraltro di quelle caratteristiche) e con due esterni d’attacco con i piedi incollati sulla striscia laterale, che vanno su è giù come i guardalinee (peraltro sempre spalle alla porta), voleva dire non riuscire a tirare in porta nemmeno a seguito di petizione popolare e che l’avversario avrebbe potuto benissimo giocare senza portiere.

A differenza di altre occasioni, le due punte, accompagnate da due esterni dinamici che partecipano attivamente alla manovra arretrando per ricevere il pallone faccia alla porta e non di spalle, rappresenta una bella realtà di non poco conto.

La presenza costante di Bonaventura e la rinascita di Cerci ci consentono di essere più pericolosi in avanti. La squadra non si ferma dopo il quarto gol e potrebbe fare anche il quinto se Bacca si fosse dimenticato che sta arrivando il Natale.

Niang portato nel cuore dell’attacco ha fatto rivedere quelle che sono le sue qualità, rimaste appiccicate ad un palo a Barcellona in una disgraziata sera nella primavera del 2013 e per le quali fu apposta preso dal Caen. Corsa, tiri, colpi di tacco, movimento, appoggi e sponda per i compagni. Tutto un repertorio.

Il resto viene di conseguenza.

Mastro Sinisa si è insediato a luglio, prendendo una squadra imborghesita e addormentata da due anni completamente perduti sotto il profilo del lavoro settimanale.

Ha picchiato duro dentro lo spogliatoio, mandando nel contempo messaggi all’esterno.

Si è impuntato su Romagnoli e ne sta godendo i frutti. Ha accettato, suo malgrado Mexes, preferendogli poi Alex. Ha minacciato Abate, facendogli capire che se non si mette di nuovo a correre c’è Calabria pronto a rimpiazzarlo. Ha lavorato su Cerci per risollevarlo dall’oblio e dalla depressione in cui era caduto, spiegandogli che con le sue qualità poteva essere ancora un risorsa utile alla causa. Ha convinto Bonaventura a spostarsi sull’out sinistro sfruttando le sue doti tecniche, la sua saggezza e il suo ritmo. Ha atteso che Montolivo riprendesse fiducia dopo il grave infortunio. Contava su Menez e non l’ha ancora avuto. Aspetta il miglior Bertolacci e sfrutta la corsa e il fisico di Kucka e il podismo di Poli. Ha dimostrato che si può giocare con un 3o liceo in porta. Ha parlato chiaro a De Jong. Aspetta Balotelli e prepara l’esordio di Locatelli. Se convince De Sciglio che può giocare nel Milan così come gioca in Nazionale, si candida al Premio Nobel per la Pace.

Si è imbufalito dopo una amichevole a Mantova di metà settimana, dicendo che “così non si poteva andare avanti”, ma poi ha difeso la squadra perché “intorno a noi si respira un’aria strana”.

Ha dato una chance a tutti, Suso e Nocerino compresi, ma poi ha fatto le sue scelte, anche dolorose. Fa entrare Honda, perché se l’uomo si è lamentato, il giocatore, che è un professionista, può dare ancora il suo contributo. E poi, magari, ognuno per la sua strada. Mastro Sinisa è uomo di spogliatoio, così come lo era di campo, e sa come funziona.

Ha sbuffato e masticato amaro per le battute del Presidente. E alla prima occasione ha ribattuto, con la stessa ironia.

Adesso Mastro Sinisa deve completare l’opera, dando continuità a quello che abbiamo visto ieri sera. E se è riuscito in tutto ciò, magari riesce pure a far giocare Ranocchia come quando, all’epoca del Bari, era una promessa del football nostrano come il suo compagno di reparto Bonucci.

Aspettando un investimento importante a gennaio.

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