L’allargamento del Mondiale di calcio a 48 squadre a partire dalla edizione del 2026 è, a mio personale parere, come la Corazzata Potemkin nella visione del buon Fantozzi : una boiata pazzesca.

E’ una decisione tutta politica che predispone sin d’ora Infantino alla riconferma come presidente della FIFA e che permette, in un momento di crisi globale, di far circolare denaro, tenendo in debito conto i diritti televisivi e tutto ciò che di un Mondiale di calcio è a corollario.

Intendiamoci, nella vita si accetta tutto, basta saperlo. Dovremmo prima, però, metterci d’accordo su cosa crediamo sia lo sport e, nel caso di specie, il calcio. Se crediamo nel calcio come strumento di integrazione sociale ed ecumenismo, alla Papa Francesco per intenderci e se siamo seguaci di De Coubertin, allora, il Mondiale a 48 squadre è anche poco. Potremmo adottare una formula ad iscrizione : chiunque abbia un pezzo di terra che si chiami Stato e riesca a mettere in piedi una squadra, chieda di iscriversi e verrà accontentato, così potrà dire di aver partecipato ad un Mondiale. San Marino, Andorra e Città del Vaticano inclusi.

Nella giornata inaugurale, i partecipanti si stringeranno sul terreno di gioco per la foto ricordo. Tutti felici e contenti.

Dopo di che, quando si giocherà Germania – Tailandia e saranno 4 a 0 dopo venti minuti, tutti cambieranno canale per andare a vedere l’ennesima replica della “Casa nella prateria” che risulterà estremamente più interessante.

Se invece crediamo nello sport e pertanto anche nel calcio, come competizione e professionismo al massimo livello, come gesto tecnico e spettacolo, dovremmo auspicare non certo un allargamento ma una restrizione nel numero dei partecipanti. Prendendo ad esempio la massima espressione dello sport di vertice, la NBA, noteremo come non tutte le città americane siano in essa rappresentate, anzi. Eppure non mi sembra che questo provochi suicidi di massa. Però gli impianti sono pieni e la gente si diverte. C’è spettacolo. Andate a verificare la media degli spettatori paganti.

La verità è che la politica sportiva dovrebbe smetterla di seminare false aspettative. In Italia come nel Mondo. Non sta scritto da nessuna parte che tutti debbano partecipare a tutto. Alle competizioni di vertice partecipa chi ha le risorse (finanziarie, tecniche, umane) per partecipare. Diversamente si fa sport di base.

La verità è che il calcio viene preso come una forma di rivalsa sociale. La mia città, il mio paese ha scarsa qualità dei servizi? Le fogne non funzionano? Le strade sono sporche? La sanità è inefficiente? Peggio, non c’è la democrazia? E che importa, intanto si va ai Mondiali!

Adesso sono curioso di controllare chi potrà organizzare un Mondiale a 48 squadre.

Forse la Cina. Forse. E allora torna tutto, o quasi.

Egidio

Egidio

Sono nato all'epoca delle Olimpiadi di Roma, nella vita non faccio lo scrittore, né il giornalista, ma tutt’altra cosa che adesso non è utile descrivere né spiegare. Mi piace scrivere. Nel corso della mia vita, sin dall’epoca del liceo, credo di aver sviluppato una discreta capacità nel raccontare ed esprimere idee, concetti, ma soprattutto sentimenti e sensazioni. Tuttora, nella vita di tutti i giorni scrivo molto per lavoro. Sono innamorato del Milan dall’età di 8 anni e questo per merito di mio padre buon’anima, ahimè, volato in cielo pochi mesi prima della Stella del 10°. Mi firmerò con lo pseudonimo di Egidio. Come molti altri di voi, ho giocato a pallone (badate bene, “a pallone”, e non “a calcio”) a livello dilettantistico-amatoriale. Giocavo centravanti (adesso sarei “una prima punta”), la maglia rigorosamente era la numero 9 ed Egidio era il soprannome che i miei amici mi affibbiarono all’epoca dei fatti, ma vi assicuro che ho segnato più reti di quante ne abbia sbagliate lo Sciagurato. Ringrazio sin d’ora chi mi leggerà, chi mi apprezzerà, chi no, ma soprattutto chi, con educazione, mi contesterà : il peggior disprezzo è l’indifferenza. Ricordate che il Milan si discute, ma si ama. Ed io lo amo.
Egidio