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Il ruolo dell’allenatore e la sua leadership. Da Sacchi ai giorni nostri

Buongiorno e buon anno.

Parte oggi uno spazio-rubrica denominato “Uno sciagurato punto di vista”, implicitamente dedicato al grande Egidio e al soprannome a lui affibbiato dalla stampa dell’epoca.

Uno sciagurato punto di vista” si prefigge di essere un punto di osservazione privilegiato su argomenti che comunque hanno a che fare con il Milan ma non soltanto, ma con il calcio in generale.

Oggetto di questa prima puntata è un libro che ho ricevuto in regalo (ovviamente dopo opportuno “indirizzamento”) in occasione delle scorse festività natalizie. Un libro che mi permetto di suggerire ai milanisti di ogni età, perché per l’argomento trattato e per l’autore, rappresenta, a mio giudizio, un momento di riflessione e di memoria storica. Parlo di “Arrigo Sacchi – calcio totale”, edito da Mondadori nel 2015 e ristampato nel 2017 come Oscar Bestsellers (qui su Amazon > https://amzn.to/2MDfYSL )

È un libro che si legge tutto d’un fiato, sia perché non eccessivamente corposo come numero di pagine sia per il modo semplice e lineare per scrittura e narrazione di fatti e vicende. Inutile che dica che per me Arrigo Sacchi è un mantra. Ho avuto la fortuna di vivere le gesta di quel Milan in età adulta avendo già visto in precedenza altri Milan, sempre efficaci e vincenti. Ho avuto la fortuna di vederne altri, successivi a quello, allo stesso modo efficaci e vincenti. Ma nessuno di tutti questi, che resteranno comunque per sempre nel mio cuore, ha raggiunto le vette di bellezza di quel Milan, di cui ancora oggi si parla, dopo 30 anni, al pari del Real Madrid di Alfredo Di Stefano, dell’Ajax di Johan Cruijff e del Barcellona di Pep Guardiola e Leo Messi. E di cui ancora si parlerà.

Prendo spunto dalla lettura del libro per allargare l’ambito della riflessione sul ruolo dell’allenatore nello sport e in quello di squadra in generale. Comprendere determinate dinamiche di relazione aiuta, in generale, nell’analizzare i risultati ma soprattutto le prestazioni di una squadra, elevando tale analisi ad un livello superiore a quella del Bar dello Sport sotto casa.

In realtà ciò che dice, nemmeno tanto tra le righe, Mister Sacchi è che il problema maggiore per ogni allenatore è convincere i propri giocatori che il modo migliore per cercare di vincere la partite è quello che l’allenatore propone. Se ad ogni giocatore venisse chiesto “qual è la formazione che metteresti in campo?” e “come pensi dovrebbe giocare la squadra?”, sono certo che, in una rosa di 25 giocatori, ad esempio, ci sarebbero 20 formazioni diverse. Ogni giocatore ha una sua idea, giusta o meno, di come si dovrebbe stare in campo, di chi dovrebbe essere titolare e chi riserva, di come dovrebbe disporsi la squadra. Purtroppo, o magari per fortuna, al calcio si gioca in 11 e non in 20. E allora, istituzionalmente, spetta all’allenatore trovare la giusta sintesi tra le diverse possibilità che la rosa a sua disposizione gli permette. Non c’è spazio per gli individualismi e gli egoismi.

Spetta però all’allenatore, che ha a disposizione la didattica e le competenze necessarie, convincere i propri giocatori della bontà delle proprie idee spiegando quello che chiede loro di fare, trovando per ogni giocatore le giuste parole ed adattandole al carattere, al temperamento ed alla personalità di ognuno di essi. Non è facile. La gestione di un “gruppo” in ogni contesto lavorativo, in generale, non è facile. Ogni “capo” adotta la tipologia di leadership che ritiene più opportuna, intendendo per leadership, come la letteratura in materia ci indica, la capacità di motivare più individui a raggiungere un determinato obiettivo, comune e condiviso. Vediamo come la definizione appena enunciata può adattarsi ad una squadra di calcio

C’è lo stile visionario. L’allenatore visionario è colui che in un particolare e delicato momento di cambiamento riesce a creare un clima positivo. È colui che riesce a identificare una direzione chiara e che allo stesso tempo riesce a farla visualizzare anche al proprio gruppo squadra. Lo stile risulta efficace se adottato da un allenatore carismatico, sicuro di sé, empatico e soprattutto credibile.

C’è lo stile democratico. L’allenatore democratico è in grado di valorizzare i propri giocatori attraverso il coinvolgimento degli stessi nelle decisioni. Egli tende a responsabilizzare chi gioca per lui verso il raggiungimento degli obiettivi, valorizzando i singoli e le relative loro qualità non soltanto tecniche, mirando a notevoli vantaggi in termini di risultato. Presupposti indispensabili affinché tale stile risulti efficace sono l’esperienza e un buon livello di affiatamento dello staff, nonché ottime capacità di comunicazione dell’allenatore.

C’è lo stile coach. L’allenatore coach punta a creare una connessione tra la mission della società e quelli che sono i desideri e i bisogni dei giocatori, facendo emergere le potenzialità di ogni singolo per migliorarne le prestazioni ai fini del raggiungimento degli obiettivi. L’efficacia di tale stile è subordinata alla presenza di calciatori motivati, dotati di spirito d’iniziativa e predisposti a crescere professionalmente nonché dell’empatia e della predisposizione dell’allenatore ad aiutare gli altri senza trasformarsi in una sorta di manipolatore.

C’è lo stile esigente. L’allenatore esigente è focalizzatissimo sull’obiettivo, risulta estremamente determinato e pertanto, spesso, poco empatico. È una persona che ama il successo e che di conseguenza esige perfezione e rapidità dai propri collaboratori in genere. Egli però corre il rischio di minare le dinamiche di gruppo e di far sentire il team perennemente inadeguato. Il modo migliore per evitare che ciò accada è dare il buon esempio mettendosi in gioco in prima persona. Affinché lo stile porti i suoi frutti sono necessarie l’esperienza dell’allenatore e un buon livello di affiatamento dello staff.

C’è lo stile armonizzatore. L’allenatore armonizzatore è perfetto per creare armonia in un gruppo, focalizzando la propria attenzione sulla relazione, puntando a prevenire e ad evitare i conflitti tra i singoli giocatori. Tale tipologia di leadership presuppone ottime capacità relazionali e comunicative, indispensabili lo sviluppo di una connessione tra le persone. La linea direttiva risulta particolarmente adatta in situazioni di stress e/o crisi in cui la motivazione vacilla danneggiando le prestazioni.

In ultimo c’è lo stile autoritario. L’allenatore autoritario è uno che, molto semplicemente, tende verso la coercizione, impone la propria visione della realtà, esige rispetto, non ammette repliche e non accetta fallimenti. Un approccio così rigido, autorevole e autoritario porta alla creazione di un clima teso e di un’atmosfera di generale infelicità e insoddisfazione, naturalmente controproducente ai fini di una produttività di qualità. Trattasi sempre secondo la letteratura di uno stile da adottare soltanto in casi di estrema emergenza o di crisi.

Per restare sull’argomento libro…

Sacchi era certamente visionario ed esigente. Ma anche coach (avendo avuto il sostegno della proprietà dell’epoca) e in parte anche democratico. Era autoritario quando non tollerava comportamenti non consoni alla figura del calciatore professionista. Nelle sue esperienze post-Milan non ha fatto bene, sbagliando nell’accettare (nel libro lo confessa apertamente), e, subentrato in corsa ad altri allenatori non è riuscito ad incidere su un terreno che non aveva arato lui in precedenza. Forse anche perché per carattere, temperamento e personalità non dispone delle caratteristiche che invece, per tornare ai nostri giorni, ha il nostro Mister Pioli.

Dove lo collochereste voi in questa scala di comportamenti? Se rileggete bene i vari profili, direi che il possa essere ben collocato tra gli armonizzatori. Che ne pensate?


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