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Sbilenco, geniale, umano: Enzo Jannacci

Una volta Enzo Jannacci disse: «Il mio lato comico viene dalle fatiche di mio padre. L’altro da mia mamma che mi diceva sotto le bombe “Enzo, la morte è nella vita”. Mi hanno dato i pilastri morali su cui fondare quello che ho scritto». La maggior parte di chi, come me, ha superato la trentina/quarantina magari non lo conosce benissimo, ma di certo ricorda quel suo biascicare parole velocemente, mangiandosele in maniera apparentemente incurante, quel suo infonfondibile modo di esprimersi, un pò stralunato, assolutamente istintivo, unico.

Non voglio parlare delle sue canzoni più famose che molti già conoscono. E’ mia intenzione invece sottolineare quanto fosse forte e giocoso il suo entusiasmo, quanto gli piacesse la vita in tutte le sue manifestazioni. E quanto fosse grande la sua propensione verso il prossimo, come fosse per lui importante tenere in considerazione i diversi, gli emarginati, i meno fortunati, gli sconfitti. Il tanto tempo da lui dedicato al fare volontariato. Gli piaceva vedere la gente aiutarsi, essere solidale, collaborare gli uni con gli altri.

Lui, che era anche un bravo medico chirurgo per quanto facesse il possibile affinchè non lo si notasse, nel corso della sua vita ebbe il merito di riuscire a tirar fuori diverse persone dal tunnel della droga nel quale erano piombate. A tal proposito, merita un ascolto l’autobiografica Se me lo dicevi prima”, intrisa di comprensione, dolcezza e ironia. Quell’ironia intelligente che unita ad una sensibilità perfino esagerata, metteva in qualunque cosa facesse.

Da “Vengo anch’io” a “Ci vuole orecchio” a “Mario”, Jannacci è sempre stato un artista versatile, sbilenco e geniale, capace di sintetizzare sotto forma di canzone una molteplicità di stati d’animo, sentimenti e situazioni. Fra le sue tante canzoni, per ovvi motivi voglio ricordare “Mi-Mi-La-Lan”, che dedicò al Milan, la sua squadra del cuore. Una canzone che con grande semplicità, veracemente mette a nudo la sua profonda passione per i colori rossoneri.

Ricordo di essermi imbattuto, nei primissimi anni 2000, in un suo disco (cd) che conservo tuttora, contenente una canzone che più di altre catturò la mia attenzione: “Lettera da lontano”. Un brano di grande sensibilità, che in maniera sincera, quasi spudorata, tira pian piano fuori tutta una serie di esigenze interiori del cantautore milanese. Comprese delle parole rivolte alla moglie ed al figlio, come se qualcosa gli dicesse che bisognava farlo prima che fosse troppo tardi. Non si sbagliava, poichè “il tempo, che a vent’anni nessuno ti dice che vola via come un tipo particolare di vento…” pochi anni dopo finì anche per lui, come per tutti. Ma prima che il tempo finisse c’era ancora la possibilità di uno sfogo, che Jannacci riservò proprio agli sgoccioli di quella canzone, con un messaggio consegnato a voce.. “a tutta la gentile, normale, ipocrita massa di rompicoglioni”. Qui è possibile ascoltare la canzone, per chi ne ha il tempo -> link.


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