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Prima che i calciatori diventassero macchine da soldi…

Bosman

L’anno è il 1972, mese di luglio. Faceva caldo e, come dicevano gli Squallor, era scoppiata l’afa. Il luogo è Civitavecchia, 70 chilometri da Roma. Sole, mare e pizza, ma sul mandolino non v’è sicurezza.

In quell’estate, tutte le mattine, un ragazzino di 12 anni in vacanza dai nonni materni si alza, si infila maglietta, calzoncini, ciabatte e si avvia verso il giornalaio. Sei, sette minuti a piedi, entra. “Corriere dello Sport, grazie”. Prezzo 90 lire, moneta da 100 lire al seguito, pagamento e persino il resto.

Uscito, i sei, sette minuti dell’andata al ritorno diventano mezz’ora. Sguardo incollato sul giornale… Vediamo se abbiamo comprato qualcuno.

Una mattina di quel luglio 1972, titolo a nove colonne: ”Chiarugi è del Milan, Massa quasi dell’Inter”. E sotto: L’ala della Fiorentina passa al Milan per 300 milioni.

Di quel luglio 1972 ricordo anche Zoff, dal Napoli alla Juventus, il trio delle meraviglie Atalantine Moro-Magistrelli-Doldi all’Inter di Fraizzoli, la Fiorentina che prese Roggi, Saltutti, Antognoni e Sormani.

La Lazio di Lenzini e Maestrelli prese Garlaschelli (dal Como), Frustalupi (dall’Inter), Petrelli (dalla Roma), Pulici Felice (dal Novara), Re Cecconi (dal Foggia) iniziando a costruire la squadra fantastica che fu poi Campione nel ’74.

E potevi sapere tutto questo solo dal giornale.

Sogni, speranze, fantasie, erano tutte racchiuse in quelle dieci pagine o giù di lì. E se oggi non era andata bene, aspettavi domani, chissà, magari è il giorno buono.

Ecco, questo era il calciomercato.

Non c’era Internet, non c’erano i cellulari. In televisione passavano tre telegiornali al giorno ma nessuno si sognava di dare notizie del genere. La radio? Idem. Non esistevano trasmissioni specializzate, Pedullà aveva 8 anni, Criscitiello sarebbe nato 11 anni dopo… L’unico mezzo per sapere cosa accadesse era il giornale ed io all’epoca, ancorchè milanista, leggevo il Corriere, dove d’altra parte scriveva colui il quale mi ha fatto appassionare alla scrittura: Ezio De Cesari, grande firma del giornalismo romano e nazionale, venuto a mancare nel 1998.

Il mercato, appunto. All’epoca durava solo il mese di luglio, e basta. C’era poi la finestra autunnale, detta “di riparazione” riservata agli asini. La sessione estiva terminava il 31 luglio, dopodiché se ne riparlava in autunno (se era il caso), diversamente le “rose” erano quelle e quelle restavano. Si creava il gruppo, ci si guardava in faccia e si chiarivano le cose. Ogni allenatore sapeva che quelli erano i giocatori su cui poter contare.

Tra un ritiro e l’altro si intavolavano le trattative all’Hotel Gallia di Milano.

I giocatori erano proprietà delle società di calcio, che ne detenevano il famosissimo cartellino. Il calciatore era un oggetto: le società trattavano tra loro per scambiare un cane con due gatti, oppure un gatto e conguaglio a favore. Poi, raggiunto l’accordo, il giocatore ceduto o accettava il trasferimento oppure rifiutava e andava sull’Aventino. A Barga, in provincia di Lucca, veniva organizzato il raduno dei dissidenti, quelli che non avendo accettato il trasferimento ad altra società non potevano allenarsi ed allora venivano messi in condizione di mantenere un minimo di forma atletica.

Ai tempi di Riva e Sivori

Gigi Riva

La storia racconta di rifiuti famosi: la Juventus aveva acquisito Giggirriva dal Cagliari alla modica cifra di due miliardi dell’epoca. Ma Riva non ne voleva sapere di lasciare la Sardegna e l’Avvocato, nel tentativo di convincerlo, gli mise sotto il naso un assegno in bianco: “Riva, mi dica la cifra… quanto vuole, scriva lei”. Anghè nint da fer, non c’è niente da fare.

Riva, che non era assistito da Raiola, ed era uomo tutto d’un pezzo, resta a Cagliari e fa saltare anche i progetti di rafforzamento della società isolana che con quei due miliardi aveva in mente ben altro. Quando si dice una bandiera.

All’epoca il mercato lo facevano i Presidenti e gli allenatori e non era raro vedere al Gallia i giocatori stessi a discutere del proprio futuro, così come consiglieri, accompagnatori ma anche semplici curiosi.

Al calcio mercato, diventato un fenomeno di quei tempi, è legato il ricordo di grandi e mai dimenticati manager del calcio, come Paolo Mazza, Gipo Viani e Italo Allodi.

E’ per opera di Allodi che il fenomeno calcio mercato cresce esponenzialmente toccando vette allora impensabili sotto l’aspetto del costume e per le dimensioni degli affari.

Allodi porta in Italia Luis Suarez, per esempio, alla cifra di 140.000,00 Eurini di adesso, pensate un po’. Sempre per parlare di palanche, chi non ha mai avuto notizia di Gigi Meroni, sappia che al Torino per prenderlo dal Como servirono meno di 600 milioni nel 1964.

Il primo giocatore per il quale fu superato il miliardo di lire fu Tardelli dal Como alla Giuve.

Altri trasferimenti storici furono quelli di Jeppson che Achille Lauro, allora Sindaco, portò al Napoli nel 1952 per 105 milioni. Jeppson, soprannominato ‘o Banco e’ Napule.

Omar Sivori

Sempre il Napoli, nel 1965, ottenne dalla Giuve il cartellino di Sivori. L’armatore Lauro acquistò il giocatore (si dice) non in quattrini ma utilizzando altre vie, attraverso l’acquisto di due motori navali per la sua flotta e aggiudicandosi l’esclusiva del trasporto in Australia delle auto Fiat.

Come vedete, l’intreccio tra affari e calcio non l’ha inventato Berlusconi.

Ancora il Napoli, nel 1975, si accatta Savoldi dal Bologna per 1800 milioni. Savoldi, Mister Due Miliardi.

Al Gallia nascono le definizioni di opzione su un giocatore e di comproprietà, a noi tanto note tuttora.

Allo scoccare della mezzanotte del 31/7 era di prammatica il colpo dell’ultim’ora, atteso per giorni con conseguente bevuta di champagne a fiumi.

Il Gallia diventa il posto dove bisogna esserci, a tutti i costi, anche con l’aiuto degli amici. Importante è entrare, salvo poi andarsene senza aver pagato il conto… Il mercato rimane al Gallia sino al 1969, quando viene sfrattato per poi spostarsi all’Hilton dal 1970 per poi traslocare al Leonardo da Vinci, in periferia.

L’immagine che abbiamo del calciomercato storico è quello del mercato del pesce o del bestiame, molto diverso da quello attuale governato dalla grande finanza e dal marketing.

Una volta i trasferimenti, almeno quelli che riguardavano i giocatori più noti, erano rivestiti di qualcosa di affascinante. Oggi siamo nell’epoca del discount.

Ai tempi di Berlusconi e Bosman: oggi

La salita vertiginosa del volume di affari ha portato nel tempo all’aumento del deficit delle società che hanno cercato di rimediare con le dilazioni dei pagamenti, le comproprietà al 50, al 33, persino al 25 per cento; con i prestiti gratuiti o con diritto di riscatto; con il premio d’ingaggio ripartito fra società vecchia e nuova società; spesso con pagamenti sottobanco, dulcis in fundo, con i parametri zero, ingaggiando cioè giocatori a scadenza di contratto (pertanto non pagando il costo del cartellino) cui viene riconosciuto solo l’ingaggio. Con la riapertura degli stranieri, le società s’impegnano in affari sproporzionati per gli acquisti causando proteste anche a livello parlamentare (e ti pareva…), si prospetta addirittura la chiusura delle frontiere. Per gli affari «italiani» si assiste ad incredibili dilazioni di pagamento.

La sentenza Bosman e l’istituzione del regime dello svincolo hanno determinato un vero e proprio terremoto nel calcio mercato. I giocatori sono diventati delle vere e proprie macchine da soldi, hanno bisogno di affidarsi ad un procuratore che gestisce i suoi (del giocatore) e i suoi (del procuratore…) interessi. I contratti sportivi e pubblicitari che regolano le prestazioni di un giocatore ad una società sono dei veri e propri strumenti di diritto civile, con clausole, postille, e “dettagli”, almeno così li chiamano. Il calcio mercato dura praticamente tutto l’anno. D’estate si tratta per la sessione invernale, a gennaio si pianifica per l’estate seguente. Le squadre sono relegate al ruolo di stazioni ed aeroporti, i giocatori sono sempre con la valigia in mano e sembrano essere ovunque di passaggio. Poi dicono che le bandiere non ci sono più.

L’ultima invenzione cui stiamo assistendo è quella dei cosiddetti Fondi Sovrani. Sono denominati così alcuni speciali veicoli di investimento pubblici controllati direttamente dai governi dei relativi paesi, che vengono utilizzati per investire in strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, immobili) e altre attività i surplus fiscali o le riserve di valuta estera. Non capita di rado sentire che il tal giocatore è di proprietà di un fondo sovrano. Peggio delle vacche…

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