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Baci ai quattro venti, reazioni e reagenti

La vicenda (per la verità ancora lontana dall’essere risolta) di Donnarumma, del suo contratto e di quanto ancora gli sta ruotando incontro, dimostra, casomai ce ne fosse bisogno, come il mondo del calcio venga ancora una volta relegato tra le cose poco importanti e pertanto non degne di attenzione. Forse sarà anche così. Certamente ci sono cose molto più importanti del calcio, ma è altrettanto certo che il calcio è la cosa più importante tra le meno importanti.

C’è chi manifesta meraviglia, chi si indigna di fronte ad alcune reazioni apparse sui social, frutto, per così dire, “della pancia” e non della testa. Il tutto mentre quelli bravi nonché messaggeri del politicamente corretto dispensano pillole di saggezza, dicendoci che stiamo discutendo del nulla, cioè di un professionista super pagato che non sta facendo altro che i propri interessi. Vero, anzi verissimo. C’è, a mio modesto avviso, la necessità di ritrovare maggiore rispetto per chi paga per andare allo stadio o l’abbonamento alla pay-tv. Perché, tutti, dimenticano, forse volutamente, che il calcio, come tutti i giochi è “fatto” dagli esseri umani, i quali sono portatori di emozioni, positive e negative.

Pochi giorni fa, 70.000 persone hanno presenziato con le lacrime agli occhi all’addio al calcio di Francesco Totti. Eppure anche Totti è sempre stato un super professionista strapagato. Su questo siamo per forza d’accordo. Eppure, quel super professionista strapagato agli occhi di quei 70.000 e degli altri, chissà quanti, che erano a casa, ha sempre rappresentato qualcosa di più.

Se non si comprende, definitivamente, che il calcio e la fede sportiva sono qualcosa di viscerale, l’unica cosa certa è che le vicende come quelle di Donnarumma otterranno solo un risultato: far parlare, spesso a vanvera, psicologi e sociologi.

Tra gli arrabbiati per il caso Donnarumma ci sono anche io, è evidente. Io che, all’epoca delle scuole medie, maschio in un classe di venti miei simili variamente divisi nella fede calcistica tra romanisti, laziali, napoletani, interisti e milanisti (niente juventini, per fortuna…) ho fatto palestra il lunedì mattina commentando i risultati della domenica pomeriggio, oppure mi sono accapigliato su ogni pronostico tirando gomme e cancellini il sabato all’ultima ora mentre con il professore di applicazioni tecniche si cercava di mettere giù due colonne della schedina. Per ognuno di noi, in quella classe, la difesa della propria fede calcistica era una crociata contro gli altri, infedeli per definizione.

Non so se Donnarumma conosca certe cose e certi particolari. Forse all’epoca sua queste sane abitudini erano già terminate. Se non le sa, vorrei che qualcuno gliele raccontasse, per fargli comprendere che il tifo non si può suscitare, o c’è o non c’è. Ma quando c’è, sgorga vivo e forte come la lava di un vulcano, e magari assumendo, talvolta, forme di esternazione non condivisibili, arriva sempre a valle. Il tifoso è un innamorato che quando si sente tradito può reagire in diversi modi. Non so se Donnarumma sia innamorato di qualcuno: di Raiola? Del suo conto in banca? Non so. Noi, di lui, sì, che c’eravamo innamorati.

Dalla vita si accetta tutto. Anche che un calciatore cambi casacca. E se il tifoso “deve”, per forza, accettare che un superpagato professionista possa decidere di andare a guadagnare di più altrove, i calciatori (e Donnarumma tra questi) si conquistino quel rispetto di cui parlavo poco sopra, provvedendo alla eliminazione di certi gesti, belli, ma forse abusati, e che come tali, colpiscono al cuore e causano ferite non più rimarginabili.

Ma la maglia che la baciate a fare?

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